Se avremo i farmaci per depurare i ricordi
Quanti di voi non hanno sognato, almeno una volta, di poter cancellare dalla mente un ricordo infido? Proprio così: cancellare, fuor di metafora. Cioè levare per sempre dalla memoria – da tutta la memoria, volontaria e involontaria, dunque anche inconsapevole – ogni minimo residuo di quel ricordo, ogni traccia, associazione, risonanza o ombra, dunque anche il ricordo del ricordo, spesso più molesto del primo ?
In un bellissimo film di Michel Gondry , cioè The Eternal Sunshine of the Spotless Mind (grossolanamente tradotto in “Se mi lasci ti cancello”) tutto questo succede. Un amante infelice, con l’anima gravata da troppo peso, si fa depurare la mente con un esperimento sul cervello. Va meglio, si rasserena, ma c’è un danno pericoloso: sono andati via anche i ricordi belli, quelli che riscaldano, danno luce e vigore.
D’altro canto, la mente è forse prevedibile, logica e meccanica come un Pc ? Eppure, non è detto. Gli scienziati sono all’opera sulla nostra scatola cranica. Già ora, dicono, coi farmaci nootropi tipo il Ritalin è possibile migliorare l’apprendimento agendo sulla memoria, e dunque si tratta solo di perfezionare la ricerca sulle aree di conservazione del ricordo.
Giacchè la memoria, appunto, agisce su più piani : la registrazione del fatto, la conservazione automatica e il ripescaggio. Dunque il ricordo non è che un prelievo della traccia registrata e conservata nel tempo. E’ solo questo “prelievo”, spesso involontario o doloroso, che insomma può essere inibito, e non certo la recezione personale di un episodio o un pensiero, e la sua elaborazione mentale, perché se così fosse saremmo come vegetali.
Ma il problema, anzi il quesito primo, diventa un altro: la selezione dei ricordi non è di per sé manipolazione della memoria ? Si può davvero bonificare la mente bruciando le scorie e i rifiuti tossici ?
Comunque sia, la sfida è estrema. La memoria, quel capitale universale prodotto, aggregato e distillato nei secoli dai popoli di tutto il mondo, e che chiamiamo anche cultura, e storia, alla fine è anche questo : un clic fra i neuroni, che puoi disconnettere.
Un mondo di libri sull’orlo del macero
Esiste, può esistere un’ecologia della letteratura, come la chiama Giulio Ferrone nel suo intrigante libro “La passion predominante” ?
Ecologia come abito mentale, ad esempio, oltre che pratica di produzione . Come disciplina del consumatore e saggezza del produttore.
Il problema dell’accumulo è in realtà trasversale, e probabilmente grava in modo drammatico su tutte le categorie dell’occidente. Categorie di merci e di pensiero. Giacchè produciamo- consumiamo- sperperiamo troppo: scarpe e abiti, auto e attrezzi, ma anche aria e acqua e pure luce, gas e benzina, e naturalmente sprechiamo carta e parole, tempo e pensieri. Un’over dose che ovviamente genera un grande esubero di rifiuti, di scorie, immondizia e scarti. Spam.
Produciamo anche troppi libri, naturalmente, anche se sembra un paradosso. Ma come?, il libro, bene immateriale e nobile per eccellenza ?! Sì, troppi. Ogni anno sul mercato arrivano 50.000 titoli, di cui 30.000 nuovi e il resto ristampe. Fra questi 40 su per cento vende una copia, il 30 per cento nessuna. Ciò che resta, cioè 30 su 100, si rivolgono dunque a quella sparutissima fetta di italiani, il 32 per cento (!), che leggono almeno un libro all’anno (68 su cento non ne legge nessuno!).
Ogni giorno arrivano in una libreria media un centinaio di titoli, che ovviamente impongono una rapida rotazione degli scaffali. Dunque la vita massima di un libro nuovo in libreria è di tre mesi, finiti i quali ritorna indietro all’editore. E poi ? Esclusi i rari circuiti di out-let del libro fra mercatini e fiere, il passo successivo è il macero, in cui finiscono il 30 per cento dei romanzi e saggi, con grave danno di alberi e foreste.
Il tutto mentre, paradossalmente, i libri guadagnano spazi nuovi, dal supermercato alle edicole, dai centri commerciali ai caffè-librerie.
E allora ? Siamo davanti a un caso di consumismo insensato e anomalo, direi scellerato, cioè un consumismo senza consumatore. Dove non solo il bene- libro è merce, ma è anche merce svilita, svalorizzata, indifesa e non riconvertita.
Vieni a bere uno shampoo (e ti sgranocchi un rossetto)
Si dice edibili, e non fate quella faccia. Ancora non sapete che vuol dire, ma fra poco sarà un termine usatissimo. Perché le nuove lacche per capelli sono edibili, e anche le creme astringenti per il viso.
L’edilizia non c’entra. Un aiutino ? Presentando a New York la nuova linea cosmetica food grade , il suo creatore ha ingoiato davanti al pubblico una bella sorsata della sua lacca per capelli. E in un’altra performance promozionale il suo inventore ha addentato e masticato un sapone per il viso.
Chiamatelo hair spray drink , o come volete. Non importa se siete a dieta, o forse proprio per questo : la nuova frontiera dei cosmetici (su cui si continua a spendere anche se infuria la crisi), è edibile , cioè si può ingoiare. Provate a guardare le etichette, infatti. A parte qualche acido e qualche sigla, sembra di leggere gli ingredienti di una torta : burro, olio d’oliva, mandorle, cetrioli, camomilla. O succo di limone, infuso di rosa, menta.
Il food grade piace e cattura. Gli esperti dicono che trovare olio o cetrioli sui barattoli di crema rassicura e conforta il consumatore, liberandolo dal panico di una vita artificiale, chimica e contraffatta . In più, la trovata risulta evocativa anche sul piano ecologico, ricordando il tempo naturale e antico in cui la maschera per il viso te la facevi a casa, chiudendo il viso con l’asciugamano sopra la pentola che bolliva, e poi impastandoci sopra la pappa di albume col limone.
E non è finita. Grazie anche a tanta letteratura di tipo sessuo-gastronomico, impastata sul connubio di cibo-eros, da tempo le creme per il corpo profumano alla nutella, alla vaniglia, o nocciola e zuppa inglese.
Il problema sono i cani, però. O meglio le loro effusioni, quando ad esempio mia figlia usa la crema allo zucchero filato. Vaglielo a spiegare, alla mia cagnetta Alma, che i suoi istinti la ingannano e si deve evolvere anche lei.
Campagna contro la mortalità verbale
Cosa sono le nuvole?, si chiedeva Pasolini con le sue marionette.
E cosa sono le parole? Quante ne usiamo, o ce ne restano, quante ne abbiamo dimenticate ? E’ diventato un (sano) rovello nei libri, a teatro, ma anche nei quotidiani . Le parole sono gesti, dice il poeta Angelo Scandurra a proposito del suo libro Quadreria dei poeti passanti. Cioè azioni contro l’indifferenza, l’apatia che ci sovrasta. Sono le armi dei pacifisti. Perché le parole contagiano, infettano il virus dell’intelligenza.
Militanti delle parole. Ma anche artigiani delle parole. Perché le parole si montano a mano, si assemblano. E non sono forse gli accostamenti – come pensa Manlio Sgalambro – specialmente inediti, incongrui, che producono ancora più senso? Come dire, cioè, che le parole non sono solo contenitori di senso, ma anche suono in sè, evocazione, atmosfere. Un condensato di emozioni, un aggregato di memoria, personale e collettiva.
Incredibile questo improvviso e collettivo interesse per la parola proprio adesso, che ne siamo sommersi nel mare di Internet. E’ forse il bisogno di depurarla, di scremare ?
In fondo é anche l’appello –e la sfida – di Vincenzo Pirrotta che mette in scena le Dicerie dell’untore, testo non solo costruito tutto di parole, ma parole alte e voluttuose, tornite e obsolete come volute barocche. E non è forse oggi necessario –dice Pirrotta – spolverare e ridare luce, e dunque vita, respiro alle parole che rischiano di spegnersi perché dimenticate ?
Lo diceva Utz della sua amata collezione, nel romanzo di Chatwin: le ceramiche muoiono se non le accarezzi. Così le parole,
Facciamola una crociata per i vocaboli a rischio. Come per le piante e gli animali minacciati dall’estinzione. Ogni anno si spengono, nella lingua italiana, decine di parole perché non le usiamo più. E’ una mortalità verbale che impoverisce non solo la lingua ma il nostro immaginario, dunque il nostro sentire e partecipare la vita.
I confini del mio mondo coincidono con quelli del mio linguaggio, diceva Wittgenstein. Perchè conosciamo solo i sentimenti che sappiamo nominare.
Una festa tra amici o esequie d’ambiente
Un sorso e via. Un boccone e un altro bicchiere. Tovagliolino e terzo bicchiere. Poi il quarto, perché non puoi ritrovare il terzo. E siamo ancora a inizio serata.
Un meeting di alcolizzati ? No, una festa di ragazzi. Cinque-sei bicchieri di carta a testa, da moltiplicare minimo per venti. E guai se qualcuno suggerisse di usare lo stesso bicchiere per tutta la serata, passerebbe per maniaco, o miserabile.
Per biodegradarsi, cioè dissolversi nell’ambiente (ad esempio un bosco), un bicchiere o un piatto di plastica hanno bisogno di quattrocento anni. Una lattina di alluminio o un accendino di plastica cinquant’anni. Un chewingum cinque anni e una card di plastica mille anni. Una bottiglia di vetro ci mette quattromila anni.
E’ questo il bilancio di una piccola festa tra amici. Rapide esequie ambientali a ogni compleanno. Tanti auguri agli alberi, ai fiumi, alle stelle.
C’è anche il cibo, certo. Quello lasciato nei piatti, o scaduto nel frigo, avanzato, dimenticato, buttato. Gli americani , i più spreconi, buttano via il 30 % degli alimenti acquistati, ma noi italiani sperperiamo meno solo per la crisi. Il modello culturale diffuso in Occidente è il consumo ostentato, libero e disinvolto. Consumare – cioè comprare e buttare in un perenne e continuo ciclo di acquisizione e sgombero – non è solo l’imperativo del progresso economico (il che è facilmente comprensibile) ma il paradigma stesso del benessere e della riuscita sociale. Non sarà un caso che il famigerato “indice di qualità” della vita e del nostro avanzamento viene calcolato sulla quantità di spesa che destiniamo a cibi, auto, abiti, elettrodomestici, tecnologia ecc. Il che è come dire, semplificando, che il grado di civiltà di una popolazione è sostanzialmente qualificato dal suo livello raggiunto nell’ambita scala dei consumatori. Tanto più grottesco, a pensarci, in quanto non siamo più nemmeno “consumatori”, ma solo inerti figure di passaggio fra l’industria e il cassonetto, visto che non riusciamo mai a “consumare” un prodotto (cioè utilizzarlo interamente ) ma ce ne sbarazziamo molto prima. Nè soddisfatti né rimborsati, solo annoiati.
Prugne di mezzanotte e verdurine dell’alba
“Prugna di mezzanotte” non è un film soft-vampiresco, e nemmeno il titolo di una commedia erotico-sinistra. E’ il nome del mio rossetto. Me l’ha detto ieri la commessa, spiegandomi che era lo stesso colore che cercavo, stessa marca, solo che adesso ha cambiato nome e non si chiama più “Malva elettrica”. Come una malva, ancorchè elettrica, possa trasformarsi in una prugna nottambula non è chiarissimo, ma la cosa non è nuova. Da un po’ di tempo devono esserci nelle industrie ciurme di professionisti pagati per battezzare e ribattezzare i prodotti con nomi e immagini sinuosi e altisonanti (sarà un modo almeno, di occupare gli infiniti laureati in Scienze della comunicazione?) solitamente incongrui , rispetto al prodotto, ma molto evocativi. L’universo semantico più saccheggiato, si tratti di biscotti o creme per il viso, è naturalmente quello legato all’eros e all’affettività espansa, per cui già da tempo i biscotti – che pur un tempo avevano nomi austeri e virili, come Savoiardi o Bersaglieri – si chiamano ad esempio Coccole, Bacini, Abbracci e Tenerezze (il contagio si è esteso anche ai bar, io ne conosco tre che nell’insegna hanno Dolcezze e Baci). Il trionfo di questa smania sbaciucchiosa e carezzevole esplode naturalmente nel lessico dei prodotti per il viso, dove persino la pubblicità e le istruzioni per l’uso non riescono a evitare “ingiurie atmosferiche” o “inclemenze del tempo” evocando atmosfere gravide di sensualità e mistero anche per il più umile sapone per le mani. E sin qui, nulla di nuovo. Ma che dire quando la furia linguistica investe anche la cucina ? Non c’è menu, nei ristoranti con ambizioni chic, dove il modesto purè di patate non si sia trasformato in Vellutata, e le vecchie polpette di carne in Bocconcini -con -cuore alle erbe (con le maiuscole, naturalmente) , mentre il triste passato vegetale si è evoluto in Crema verde dell’orto, meglio se raccolta all’alba. Il bello è che, per rendere più seduttivi i soliti menu e i ristoranti ci sono adesso i Creativi delle Liste assoldati apposta. Già, mica sono dilettanti.
Se le azioni morali nascono dai neuroni
Il povero Kant sarebbe sobbalzato sulla sedia. La morale ? Secondo gli ultimi sviluppi delle neuroscienze, è tutto un discorso di neuroni. E’ nel cervello – dicono gli esperimenti – e dunque nelle emozioni, la nostra mappa etica.
Per spiegare questa specie di “istinto morale”( il che suona come un ossimoro, un azzardo), ecco un esempio: se vediamo per strada un bimbo maltrattato, o una vecchina derubata, di solito interveniamo per soccorrere. E’ istinto o ragione, è impulso o senso morale ?
Dal punto di vista delle neuroscienze, la ragione non c’entra, perché agiamo d’impulso: è una reazione istintiva dettata dall’insula e dall’agmigdala in connessione con la corteccia elevata. A riprova : il “sentimento” di rabbia che spinge ad aiutare la vecchina è lo stesso che muove il coltello nella mano dell’uomo geloso. Stesso discorso, con buona pace di Kant, per mozioni d’animo come la compassione, la pietà, la violenza, l’ammirazione, l’amore. Tu chiamale, se vuoi, emozioni. Comunque sia sono un fatto neuronale, e non scelte morali. Giacchè (appunto) il senso morale dovrebbe agire grazie alla ragione, e dunque comportare una scelta, ma l’istinto si attiva da solo, senza riflessione. Non a caso, dicono gli esperti, le azioni “buone”, arrivano dieci secondi dopo rispetto a quelle “cattive”, ovvero il tempo della riflessione. La “rabbia” è fra le emozioni più frettolose, la compassione fra quelle a più lenta carburazione.
Dunque, per concludere con sintesi rudimentale, è sempre il “tempo” di smistamento degli istinti che fa la differenza. E non solo tra noi e le bestie, ma fra i civili e gli incivili, i buoni e i malvagi. Il “tempo” del contenimento e della riflessione, del giudizio e della decisione. Tempo fisico, attenzione, cioè tempo vero, non solo interiore. Il tempo che ci stiamo abituando ad azzerare, assieme allo spazio, attraverso Internet e l’intimità digitale di Facebook.
Com’era quella storia ? “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me.” Beh, fate voi.
Ragazze con la pistola? No, con la telecamera
Fanno paura, adesso le ragazze. In tutt’Italia, in questo momento, parecchi manager e docenti si muovono guardinghi, imbufaliti o ansiosi. Temono. Tremano.
Le ragazze parlano. Registrano (avete visto Le iene di martedi scorso ?). Riprendono con telecamere i gesti e le parole che nei secoli le hanno umiliate, assoggettate, ridotte al silenzio e alla vergogna. I gesti e le parole usate da uomini che in cambio di sesso e silenzio hanno concesso (o solo promesso) un posto di lavoro, un aumento, una promozione aziendale, il superamento di un esame.
Altro che donne con la pistola. Sono le donne con la telecamera. La pistola è un’arma violenta, storicamente maschile (come tutte le armi). La telecamera è un’ arma molto più forte, pericolosa, universale e giusta, sana. E grazie a Internet, fra i blog e Youtube, non sarà più possibile mantenere nell’ombra certi segreti e certi commerci, il silenzio è rotto per sempre.
Ma c’è un altro motivo che consegnerà alla memoria il gesto della studentessa che dice basta, in nome di tutte le ragazze molestate. E non è la vendetta collettiva. C’è di più, c’è un filmato che nella sua essenzialità e crudezza mostra una scena (in albergo) che d’ora in poi sarà un riferimento storiografico per tutto il dibattito femminile, sarà un modello in scala della dinamica impari e distorta fra uomo- di- potere e donna- debole, una sintesi del dialogo che può instaurarsi tra i due.
Adesso le ragazze sanno di non essere sole quando subiscono o vengono mortificate nella dignità e nell’intelligenza. Sono in tante. Ma c’è un messaggio anche per le altre, le donne che cedono in piena scelta o consapevolezza il proprio corpo, in cambio di un esame o di un’assunzione, convinte di essere le più forti, e di orientare lo scambio con astuzia, offrendo una “merce” solitamente apprezzata . Anche per loro è il momento della chiarezza e dell’assunzione di responsabilità. Non sono loro a dominare il gioco dello scambio, o a conquistare un premio. Non c’è né gioco, né premio. E nemmeno seduzione. Solo svilimento Sono le eterne e deboli pedine di una scacchiera mutevole e triste.
Gli scemi incoscienti che lanciano meteoriti
Chiamali gialli mediatici. Oppure bufale intergalattiche. Sempre scherzi sono, e pure scemi e dannosi. Il meteorite caduto domenica scorsa in Lettonia, nel villaggio di Mazslaca, di cui hanno parlato i giornali e che campeggiava in video su Internet con il suo bel bucone di 15 metri di diametro e cinque di profondità, per il quale, ovviamente, si sono mobilitati allarmi , sistemi di allerta e le forze deputate, non esiste. In effetti, gli esperti avevano notato che la zona non presentava alcuna radioattività, ma la conferma è arrivata solo ora. Il meteorite l’ha sfornato una birbante compagnia telefonica lettone, Tele 2, con la complicità di alcuni abitanti. “L’abbiamo fatto per dimostrare una cosa molto semplice – ha dichiarato baldanzoso e fiero il direttore commerciale di Tele 2, Janis Sprogis – e cioè che basta una notizia così per avere sulla Lettonia gli occhi di tutto il mondo !” Ma l’obiettivo era certo un altro, farsi un gran “lancio” (appunto) pubblicitario. Per farsi perdonare il giochino, che ha causato non pochi problemi al governo e alla popolazione, la compagnia telefonica ha offerto come riparazione dei danni 4000 dollari, ma la ministra lettone degli Interni ha dichiarato che le autorità sanzioneranno la bravata con una multa di 25.000 dollari. Ma può bastare una multa per scoraggiare tutti gli scemi del mondo a fare un uso scorretto e pericoloso di Internet, il che poi è un reato preciso, cioè di falso e procurato allarme ? Le potenzialità infinite e fulminanti di Internet, la sua velocità e immediatezza nella creazione e diffusione di notizie può essere davvero una minaccia pericolosissima per l’informazione, per la sicurezza pubblica e la sfera privata . Internet trasforma tutti in giornalisti, anzi di più. E’ il trionfo del fai da te, dell’onnipotenza ludica, polemica o visionaria. Perché non solo non sei obbligato a verificare le fonti – obbligo non secondario nel mestiere – ma te le inventi da solo.
Ehi vi siete distratti? E’ cominciato Natale
Ieri a Catania, mentre la lava di via Etnea si crogiolava sotto un sole estivo, e la gente si toglieva le giacche sorpresa, con gratitudine o vaga insofferenza, era Natale. Sì, nei grandi magazzini è già arrivato – lo credereste? – Natale.
Certo, ancora un timido Natale, appena alcuni festoni magri fra uno stand e l’altro, ma è un segno. Tragico e surreale. Cioè è cominciato l’assedio.
A dire il vero, un presagio sinistro l’ho già avuto la settimana scorsa, quando sul cellulare ho ricevuto l’invito esaltato del tal negozio che mi aspetta con la sua strenna natalizia : ovvero sconti e promozioni su coperte e piumoni. Sono stata colta da un improvviso capogiro, con relativo panico : è già finito Natale ?! E io dov’ero, mentre lo mancavo ?
Per fortuna, a rassicurarmi è intervenuto qualche giorno fa l’avviso di un locale, stavolta in cartoncino e busta, a ricordarmi l’impegno di prenotare il cenone di capodanno, per il quale già fervono i preparativi nei “magici saloni” in questione (Cioè , hanno già fatto la spesa ?).
Ora, anche se uno ama il Natale, per ragioni diverse, affettive, infantili, spirituali o formali, storiche o personali, secondo me così rischia di odiarlo. Perché ci vuole sadismo, o forse solo stupidità, a esporre adesso in Sicilia, con questo clima settembrino, i calzettoni di lana rossa con la renna ricamata, o il passamontagna col babbo Natale abbarbicato…Penso che anche al consumatore più allenato e vizioso passi la voglia di comprare.
Tant’è: i ritmi del mercato , come si sa, non procedono assieme ai nostri, né quelli umani-personali né quelli naturali. Le stagioni ? La fisiologia del tempo e dei bisogni ? I desideri ? Astrazioni. Categorie superate.
I cappotti arrivano in vetrina quando sei in ferie sulla spiaggia, e le uova di Pasqua ormai le accompagnamo ai Panettoni, e non solo perché sposano col cioccolato. Fai la scorta di Panettoni con gli sconti di gennaio, e poco dopo sui banconi ci sono le uova pasquali.
