Ehi vi siete distratti? E’ cominciato Natale

Novembre 17, 2009 at 9:43 pm (1)

Ieri a Catania,  mentre la lava di via Etnea si crogiolava sotto un sole estivo, e la gente si toglieva le giacche  sorpresa,  con  gratitudine o vaga  insofferenza,  era Natale. Sì, nei grandi magazzini  è già arrivato – lo credereste? – Natale.

 Certo, ancora un timido Natale,  appena alcuni festoni magri fra uno stand e l’altro, ma è un segno. Tragico e surreale.  Cioè è cominciato l’assedio.

A dire il vero, un presagio sinistro l’ho già avuto la settimana scorsa,   quando sul cellulare ho ricevuto l’invito esaltato del tal negozio che  mi aspetta con la sua strenna natalizia : ovvero sconti e promozioni su coperte e piumoni. Sono stata colta da un improvviso capogiro, con relativo panico :  è già finito Natale ?!  E io dov’ero, mentre lo mancavo ?

Per fortuna, a rassicurarmi è intervenuto qualche giorno fa l’avviso di un locale, stavolta in cartoncino e busta, a ricordarmi l’impegno di prenotare il cenone di capodanno, per il quale già fervono i preparativi nei “magici saloni” in questione (Cioè , hanno già fatto la spesa ?). 

Ora, anche se uno ama il Natale, per ragioni diverse, affettive, infantili, spirituali o formali, storiche o personali,  secondo me così rischia di odiarlo. Perché ci vuole sadismo, o forse solo stupidità, a esporre adesso in Sicilia, con questo clima settembrino, i calzettoni di lana rossa con la renna ricamata,  o il passamontagna col babbo Natale abbarbicato…Penso che anche al consumatore più  allenato e vizioso passi la voglia di comprare.

Tant’è: i ritmi del mercato , come si sa,  non procedono assieme ai nostri, né quelli umani-personali  né quelli naturali.  Le stagioni ? La fisiologia  del tempo e dei bisogni ?  I desideri ? Astrazioni.  Categorie superate.

I cappotti arrivano in vetrina quando sei in ferie sulla spiaggia, e  le uova di Pasqua ormai le accompagnamo ai Panettoni, e non solo perché sposano col cioccolato. Fai la scorta di Panettoni con gli sconti di gennaio,  e poco dopo sui banconi ci sono le uova pasquali.

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Al posto del crocifisso il calendario dei topless

Novembre 17, 2009 at 9:42 pm (1)

Sono nata e cresciuta in Italia. La mia identità è cristiana. Il mio immaginario, forse anche perché ho studiato da piccola in un collegio di suore, è fortemente segnato da quell’uomo magro e spogliato, il volto chino e sofferente, brutalmente appeso su una croce. Fino a vent’anni fa, più o meno, molta gente portava al collo una catenina d’oro con medaglie della Madonna, di qualche santo e naturalmente il Crocifisso. Con la laicizzazione di massa la catenina è sparita, ma in compenso il Crocifisso, grazie anche alle rock star, è diventato un monile di grande interesse, persino appeso ai lobi o alle cinture. Il Crocifisso è il logo della nostra origine, in Italia, sin dal Battesimo. Ma può bastare questo a renderlo inamovibile dagli spazi pubblici del nostro Paese? Non basta, certo. Può bastare questo a farne un collante della nazione, un segno di forza da esporre come un trofeo, come volle Mussolini ? Certamente no. E infatti non è per questo, per un attaccamento viscerale alle radici, che secondo me il Crocifisso deve restare sulle nostre pareti. A me sembra incredibile e grottesco che dinanzi alla volgarità che presidia i nostri muri, dalle strade alle case, dai negozi agli uffici, coperti di immagini stupide o orrendamente rozze, il simbolo della Croce – cioè un simbolo di sofferenza e errore, di amore e perdono – possa suonare offensivo o arrogante per qualcuno. Sia questi ateo, musulmano, buddista, induista, ebreo. Io sono protestante (per l’esattezza valdese) e dunque non posso che rifiutare l’uso e abuso delle immagini sacre e degli orpelli che storicamente hanno riempito le chiese cattoliche. I nostri luoghi di culto sono semplici ed essenziali, sobri al limite della povertà. Lo ha detto anche Cristo, d’altronde : ovunque degli uomini si fermino a pregare, là è chiesa. Ma il Crocifisso, nudo di legno o inchiodato al corpo di Cristo, è davvero un “decoro”, o peggio un trofeo, un’intimazione, un segno esclusivo di protervia, di misconoscimento dell’altro ? Io non mi sento offesa dalle immagini di Budda, tuttaltro, anzi nemmeno di Krishna. Appendiamole tutte, a richiesta. Multiculturalismo non vuol dire azzeramento e rimozione. Ma ricchezza e confronto.

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Il volo troppo lungo e il pilota smemorato

Novembre 2, 2009 at 6:12 am (1)

Cadono, esplodono, ballano. A volte atterrano scompostamente. Cronaca e cinema sono pieni di aerei ad alto rischio, tremendi o stravaganti, chiassosi romantici o disperati. L’aereo – come una volta il treno – si presta bene alla fiction dei sentimenti sguinzagliati, estremi o primordiali, aldilà (appunto) del tempo e dello spazio.

Ma la vicenda di mercoledi scorso, del pilota smemorato, è davvero unica, nella realtà e nella fantasy.

E’ successo davvero così: l’Airbus A320, della Northwest Airlines, era partito da San Diego e diretto a Minneapolis. Tutto regolare, 147 passeggeri a bordo regolarmente seduti con bibite e giornali, volo calmo e senza sobbalzi. Quasi lento.

Troppo, ehm, “lento”. Il pilota si è dimenticato di atterrare e ha superato l’aeroporto di San Diego di ben 240 Km. La torre di controllo non riceve comunicazione e ovviamente è in allerta, due aerei caccia sono pronti al decollo, quando – dopo un’ora – il pilota si fa vivo. Niente paura –spiega- si era solo distratto e adesso ritorna indietro.

Forse si era addormentato ? Macchè, dice il pilota. Il fatto è che “c’era una discussione in cabina, piuttosto accesa, sulle norme della compagnia aerea”, e dunque si è distratto, come ha ripetuto la Faa, cioè l’autorità della navigazione aerea americana.

Boh. L’agenzia per la Sicurezza del volo ha sospeso il pilota e il co-pilota dal servizio e li ha messi sotto indagine. Ma un dubbio resta, sottile e molesto. In che mani siamo quando voliamo ? E poi, a parte l’umana possibilità di distrazione, è normale che in cabina si facciano discussioni, e perdipiù “accese” ?

Evidentemente è così che succede, non sarà un caso che le cabine di pilotaggio sono lo scenario scivoloso e brillante, ilare o pecoreccio di un sacco di film e barzellette . Attenti quando guardate il mondo da un Oblò. Leggete pure, ma non distraetevi troppo. E se siete in aereo, e la rotta vi sembra troppo lunga, chiedete all’hostess se per caso è saltata la fermata.

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Ecco perchè siamo ciò che respiriamo

Novembre 2, 2009 at 6:10 am (1)

Ultima, Catania. “La maglia nera”. “Il fanalino di coda”.

Da tempo conosciamo lo schiaffo delle graduatorie, l’umiliazione delle classifiche, la vergogna dei dati. Che com’è noto danno cifre, cioè fatti separati dalle opinioni.

Nulla di nuovo, sempre cose che sappiamo, anzi patiamo sulla pelle ogni giorno, biasimando e blaterando. Ma quando compare nei titoli dei giornali, come in questi giorni, ha un suono tragico che non dà scampo. E’ una pubblica accusa, com’è giusto. Nell’indagine di Legambiente siamo gli ultimi. Ultimi nel tutelare le risorse naturali, acqua luce aria. Proprio noi così beneficiati , nell’isola, dalla natura.

Sprechiamo il 50 per cento dell’acqua potabile, perduta nelle condutture. Depuriamo solo un terzo degli scarichi fognari. Raccogliamo in modo differenziato solo il tre per cento dei nostri rifiuti. Trasporti pubblici del tutto carenti. Zone isolate al traffico insufficienti. Congestione altissima da auto. Ciclabilità di piste prossima al nulla.

Come dire, dal momento in cui ci alziamo e ci infiliamo in auto, sino alla sera in cui chiudiamo in cucina il puntuale sacco di spazzatura, non facciamo altro che sporcare. Intossicare. Produrre e dunque respirare aria inquinata. E rumori, scorie, guasti, crepe. All’ambiente, certo, ma soprattutto a noi stessi. Perché l’ “ambiente” sembra una cosa generale, quasi una categoria, un universo mentale presidiato e inneggiato da un gruppo di fanatici, ma invece siamo noi. Il nostro corpo e la nostra salute non solo fisica ma mentale. L’ambiente è lo spazio delle nostre relazioni, dunque la misura della nostra civiltà. E un ambiente guasto e corrotto, abusato, trasmette e riproduce legami guasti, a ribadire che l’unico metodo trionfante , nella società, è la violazione. Che diventa sopraffazione, o spreco, o cannibalismo. E dunque produce un’economia viziata, compromessa, malata, sotterranea.

Per questo, quando ci affacciamo su quest’enorme pozzo nero, non meravigliamoci. Non siamo quello che mangiamo, come dicono. Siamo ciò che respiriamo.

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Quelle lettere trovate dentro gli aerei esplosi

Novembre 2, 2009 at 6:08 am (1)



Avvoltoi delle cartoline, cannibali di buste infrante. Agiscono di soppiatto, nei meandri oscuri del caso, ma li ritrovi su Internet orgogliosi e occhiuti.

Sono i collezionisti di francobolli maledetti, quelli incollati sulle buste che non arriveranno mai a destinazione. In gergo si dice crash covers, lettere sopravvissute ai disastri aerei, e c’è un fiorente mercato filatelico che le raccoglie e rivende. E si capisce: quel francobollo superstite in mezzo a tanta distruzione è un reperto unico, irriproducibile. Una testimonianza incredibile della storia travolta dalla storia, e se poi è macchiato di sangue -immagino- “vale” anche di più. Ferocia dell’innocenza di una lettera mai arrivata.

Una caccia sfrenata all’ultimo francobollo si è naturalmente aperta dentro lo squarcio dell’Undici settembre, ai piedi degli aerei esplosi sulle due torri. Erano partiti da Boston e portavano messaggi di vita quotidiana dal Massachussetts alla California, due sacchi pieni di piccole cose. Sono passati otto anni, ma ogni tanto affiorano ancora, come raccontano i giornali, lettere scampate ai rottami.

C’era un invito a un matrimonio spedito da Cape Neddick a Los Angeles. Un uomo l’ha trovato in strada poco dopo lo schianto e l’ha rispedito – da Londra – ai mittenti. E chissà se poi si sono sposati, quel giorno.

C’era la lettera di un abitante di Chelmsford che scriveva agli zii in California, e forse conteneva la foto di un nipotino.

Sarebbe bello mettere insieme, e conservarle in un museo della Vita, queste lettere di un giorno qualunque sopravvissute a un giorno epocale.

Tutte insieme, fatture e cedole commerciali, inviti e depliant pubblicitari, moduli postali e biglietti di condoglianze, buoni per il supermercato e tessere omaggio, cartoline di auguri e di saluti, a raccontare brandelli di vita ordinaria, quotidiana. A ricordarci che proprio questa vita, quella più elementare degli atti di ogni giorno , uguale per tutti e spesso noiosa, può essere schiantata in un attimo. Dalla follia, da un progetto o dal caso. Ed è per questo che non è banale, nè ovvia. E’ preziosa.

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La donna sui muri tende a coricarsi

Ottobre 26, 2009 at 12:58 pm (1)

Ferma in auto, come tutti, fingi di passare il tempo. Manipoli il cellulare, sfogli depliants o giornali, ma soprattutto, a traffico lento, attraversi i muri. Non come l’uomo ragno (magari !) ma con lo sguardo. Palmo a palmo. E’ così che dopo aver guadato  la città all’ora di punta ti fai un’idea molto precisa della donna dei muri.

Cioè la donna usata e fotografata nei manifesti pubblicitari. La prima cosa che salta agli occhi ( “saltare”, che sublime immagine per chi soggiace in fila!) ad esempio è questa : la donna pubblicitaria è  quasi sempre coricata,   mollemente distesa su una poltrona o un divano (e spesso pure con le scarpe, massima villania)  o su prati e varie superfici.  Forse le donne in questione reclamizzano divani, tappeti, o prati pronto-effetto ? Macchè.  Si coricano per reclamizzare centri commerciali e negozi, collant e stivali, cellulari. Perché mai distese, in una società che vede le donne correre, decisamente in piedi, tutto il giorno di qua e di là, entrando e uscendo da uffici e supermercati, auto o metropolitane, con bambini al seguito o comunque ansiose e trafelate?

L’immaginario maschile, che ancora governa rapacemente  non solo la pubblicità, ma la nostra stessa recezione del modello, preferisce la donna supina, distesa, abbandonata.  Forse una donna che finalmente, dopo una giornata di stress, si gode il meritato relax in pigiama o in tuta, libera e allegramente struccata ?  Macchè, guardatela, mentre siete in fila. Ciglie curvate una per una , capelli all’ultima onda, tacchi a spillo. Non si riposa, la donna dei muri. E’ messa lì che aspetta, in confezione regalo. Un uomo, un predatore, un’attenzione speciale.  Sarà per questo, immagino, che qualunque cosa pubblicizzi   ha quello sguardo stuporoso ,  quell’espressione tonta e languorosa, quella posa sapientemente lasciva , cupida  o assonnata,  che fanno credere che lei, qualunque sia la sua storia, ha solo questo interesse e obiettivo:  piacere.  E dunque  - ci dice la pubblicità -  solo questa soddisfazione : conquistare un uomo senza bisogno di parlare. Anzi nemmeno di alzarsi.

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State attenti siciliani ai ladri “a tu per tu”

Ottobre 26, 2009 at 12:57 pm (1)

Anche le truffe  “personali”, diciamo quelle “a tu per tu”, sono diventate globali.  Cioè rispondono a un format universale che supera lingue e frontiere, addensandosi intorno a un copione e una regia pressoché  uguali  nel mondo. Alla base, due elementi comuni : gli anziani come vittime e il cellulare come supporto.

La sceneggiatura del copione è ovunque uguale, e la truffa di cui parlavamo ieri , molto diffusa in Bulgaria, dilaga anche in Sicilia. Dunque occhio, e state attenti.  Un professionista in pensione  mi ha raccontato di essere stato avvicinato per strada da un giovane  cortese che gli ha detto di essere amico di suo figlio, che vive nel Nord Italia.  Essendosi documentato prima,  secondo la prassi, il ladro dimostra di conoscere il nome e altri particolari del figlio, quindi,  conquistata la  fiducia dell’interlocutore, ecco che mostra il pacco che ha in mano, avvolto con la carta di un negozio di elettronica.  “Là dentro  -dice- c’è la macchina fotografica  che ha richiesto suo figlio,  per la quale bisogna pagare duemila euro”. A riprova, il ladro chiama col cellulare il complice, che con voce contraffatta, lamentando l’assenza di campo, dice “papà per favore paga tu, poi ti spiego…”.

A quel punto, la vittima è in difficoltà, perché si vergogna di svelare la propria diffidenza al presunto amico del figlio, e dunque  non fa più domande . Inoltre si pone il problema di fronteggiare un debito, dunque è un caso di coscienza, oltre che di premure paterne.

Ovunque, si tratti di un computer o di una macchina fotografica, o di farmaci  speciali e introvabili, il destinatario è il figlio o la figlia lontani, per i quali fa da mediatore il ladro, sostenuto dall’immancabile telefonata finta. Perché alla fine, tecnologia o no, non tutto è così virtuale. Sono i sentimenti il nostro versante più debole, più vulnerabile,  specie se ci toccano i figli lontani. E se uno sconosciuto  si avvicina e ti chiama per nome, ti fermi, l’ascolti. Gli offri quasi un caffè.

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Le nuove truffe a sfondo affettivo

Ottobre 26, 2009 at 12:56 pm (1)

Svetla è un’energica quarantenne bulgara  che fa la colf  a Catania da quattro anni. E’ vedova, al suo Paese torna un mese l’anno per vedere i genitori e il figlio, con cui si sente regolarmente al telefono.

Due settimane fa sua madre riceve a casa, a Plovdiv,  un’allarmante telefonata da un suo connazionale : le dice che Svetla è in ospedale, gravissima,  a Catania ,  e ha travolto con l’auto un bambino,  rischia il carcere : occorrono subito soldi –seimila euro  – per tirarla fuori.

La madre , sgomenta,  gli dice che Svetla non ha mai guidato, non ha la patente,  ma  subito dopo una donna con la voce strozzata dal pianto, sconvolta e irriconoscibile, le dice “mamma aiutami ti prego, sono nei guai”, e la madre crede di riconoscere la figlia, ha un tuffo al cuore, prepara i soldi e corre a consegnarli.

In Bulgaria le truffe di questo tipo, congegnate intorno alla figlia emigrata che si trova nei guai e ha bisogno di aiuto, sono frequentissime e i telegiornali,  mettendo in guardia i cittadini,  mostrano  i poliziotti  alacremente impegnati nelle indagini e alcune operazioni di arresto. Il copione varia appena nei dettagli, ma coinvolge sempre una madre anziana e una figlia lontana  variamente vittima di un incidente, o di una violenza, o di una malattia  (spesso il virus della suina, per la cui “cura” i truffatori arrivano a chiedere diecimila euro!) . Immancabilmente, per fugare i dubbi della vittima, arriva la “voce della figlia” coperta dai singhiozzi che dice “mamma sono io, fa quello che ti dicono, ti prego…”.

Se considerate che lo stipendio medio in Bulgaria, per un mese di lavoro, otto ore al giorno, è di centoventi euro , capite cosa significa  perdere così  seimila , diecimila euro.   I risparmi di una vita.  La tua unica possibilità di futuro.  E’ così che a Plovdiv una donna derubata di quindicimila euro,  qualche giorno fa, non ha retto. Per amore della figlia lontana aveva consegnato tutti i risparmi che la  ragazza aveva raccolto e spedito a casa in tanti anni di pene e sacrifici in Italia.  Troppo  duro da accettare,  si è sparata.

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Il nuovo amore ci salverà

Ottobre 23, 2009 at 12:20 pm (1)

Che sta succedendo a  pensatori e filosofi, che all’improvviso  – anche i più scettici, disumanisti e tecnici – inneggiano tutti all’amore ?

Come mai Edgar Morin,  Baumann , lo stesso Galimberti  teorizzano da qualche tempo la necessità dell’amore ?

Qualcosa dev’essere cambiato, in noi e nell’universo, se studiosi di tutto il mondo, dopo aver per anni teorizzato il primato della tecnica o del management, e la necessità delle competenze per   il funzionamento della macchina sociale,  adesso ricordano e spiegano quant’è importante e necessario lo “strumento dell’amore”.

Quale amore ?  L’amore come soluzione al caos. Come antidoto all’angoscia, all’ansia che ci divora. L’amore come sapienza dell’istante, gusto dell’attesa, perché l’amore è questo, anche : opera. Lavoro, gesto, impegno.

Un amore diverso, quindi,  o comunque più ampio rispetto a quello solipsistico, individuale o al massimo duale, solitamente relegato (e delegato) nell’ambito della coppia, o  nella migliore delle ipotesi, della famiglia.

L’amore che Morin ad esempio propone come pratica di riumanizzazione collettiva è un sentimento di rispetto e solidarietà che lega insieme persone e natura.  Armonia consapevole nel creato. Ecosofia, la chiama lui, che pure si è sempre appassionato all’urgenza di  ben altri temi, come i media e la pubblicità.

Amore, dunque, non come abbandono sentimentale o puramente fantastico alla bellezza del cosmo o alla magia degli incontri, ma amore come relazione. “Pensiero sano”. Come azione reciproca in vista di un bene, sociale e naturale.  Amore come sapienza e conoscenza , ad esempio. Per operare, ciascuno con la propria biografia, al riequilibrio dell’ambiente naturale, alla cura delle sue risorse e delle sue ferite.

Utopia? No, semmai progetto, segnale, ideale. Le nostre città imbarbarite, le  piazze invivibili, i nostri condomini mesti e nevrotici  sono spazi da riabitare con un nuovo cuore, irrorato di intelligenza. Perché la sicurezza, la bellezza, la fiducia che devono legarci ai nostri spazi comuni non possono  nascere  da soli o dall’alto, ma da un patto sociale. E’ questo patto che è saltato, e va riscritto. E tutto, intorno, mi pare lo dica da tempo.

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Come puoi chiamarla “qualità della vita”?

Ottobre 23, 2009 at 12:19 pm (1)

Ma sì, non abbiamo scampo. Dico quelli che Abbiamo il mare e l’ Etna in un abbraccio. Quelli che La luce in Sicilia è un’altra cosa. Quelli che Le nostre granite non le fa nessuno. Quelli che Il clima è una meraviglia.

Non abbiamo scampo non solo perché  non funziona più manco il clima, in Sicilia, ma perché finalmente qualcuno l’ha detto forte, dati alla mano: la mitica “qualità della vita”, che abbiamo sempre  (con qualche forzatura ansiosa) opposto ai “dati freddi” e “tecnici”  del Sole24,  in Sicilia è pari quasi allo zero.

E a dirlo non sono detrattori invidiosi o leghisti ottusi, ma lo studio  del Quars (Qualità regionale dello sviluppo) elaborato dagli economisti “alternativi” dell’associazione Sbilanciamoci ( che sarà presentato il 3 ottobre a Roma) che in fondo conferma un’idea  diffusa in tutta Europa:  il benessere vero,  inteso cioè come dignità di vita ed equilibrio sociale,  non si misura col Pil o col reddito pro-capite, ma con  indicatori molto più ampi e comuni.   Nel Quars Index sono quaranta, fra cui  l’inquinamento ambientale, la densità della popolazione, la raccolta differenziata, la mobilità sostenibile, il traffico. E poi il funzionamento delle scuole, le opportunità per le donne,  esercizio e difesa dei diritti civici,  diffusione dei quotidiani,  circolazione della cultura, presenza del volontariato.

Ovvietà ? Non proprio, visto che regioni ricche come il Lazio, il Veneto e la Lombardia scivolano parecchio rispetto alle graduatorie classiche, mentre salgono (in qualità) Toscana, Marche, Trentino, molto più attente all’individuo e all’ambiente.

E noi, col nostro pregevole clima e quello spettro di luce che incanta gli amici fotografi ? Siamo al penultimo posto, dopo la Calabria e prima della Campania, che è ventesima.

A confermare ancora una volta, contro ogni  vizioso o patetico dubbio, che la qualità della vita procede insieme allo sviluppo, alla cultura del territorio e dei diritti civili,  ed è questo che produce un’economia sana e condivisa. Non bastano il sole, il mare,  l’ironia e la voglia di cantare.

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