E lo chiamano pure amore della natura
Qual è il margine che divide la correttezza dal ridicolo? Qualche tempo fa – divulgandolo ampiamente sul proprio sito – una coppia di americani impiegati nel settore si è autocelebrata nel matrimonio più ecologicamente corretto. Per chi fosse in procinto di convolare a nozze, ecco i segreti.
Abito bianco di nozze? Puah. Si spreca un sacco di stoffa e non lo riusi. Meglio un abito confezionato a mano con fibre di cocco e di mais, che sono più ecologiche. Costo 1.200 euro, ma vuoi mettere? E’ più trendy Poca Hontas o Rossella O’ Hara ? Entrambi invocano la terra, ma quale delle due l’ama davvero, l’indigena o la bovarista frivola di Via col vento?.
Poi prendete carta e penna (parlo ai nubendi) e calcolate quanti Km devono percorrere i vostri invitati internazionali per raggiungere la festa, trasformate i dati in benzina e saprete l’impatto ambientale del vostro matrimonio. E’ meglio dunque riunire tutti in gruppi e organizzare tour con mezzi collettivi, cercando di utilizzare una nave che inquina meno del treno, che comunque inquina meno dell’auto, che comunque dev’essere ibrida.
Se, com’è auspicabile anche se complesso, i vostri ospiti arriveranno a destinazione, dovrete accoglierli con un banchetto assolutamente bio, cioè con cibi frugali e di intera provenienza ecologica (il che per fortuna è ormai scelta frequente). Solo che per l’esemplare menu i due sposini hanno setacciato i campi di mezzo mondo: come la mettiamo con l’inquinamento prodotto dai trasporti? Beh, i due si sono rammaricati e hanno conteggiato il danno: per risarcire la natura, hanno calcolato che bastavano dieci alberi e li hanno piantati come auto-sanatoria.
Dimenticavo che anche le damigelle sono state addobbate con vesti di mais.
Per completezza, uno allora si chiede: quanti soldi eco-compatibili sono stati spesi per questa festa naturofila? Quanti detersivi e profumi sono stati versati nei fiumi per shampoo e toilette degli invitati, quanti vestiti superflui e di origine chimico-industriale hanno acquistato, quanto sapone è stato usato per ripulire locali e stoviglie dopo il pranzo, quanti fiori recisi per l’addobbo? Non era più semplice ed economica, dunque più rispettosa dell’ambiente, una festicciola minimal nella casa di campagna, senza baccano e senza clamori? Quanti uccellini sono stati spaventati e messi in fuga dall’happening dei due eco-maniaci?
Il Festival dell’invidia, l’ultimo vizio capitale
Giorgio Manganelli, il grande storico, la temeva e la preveniva. Con un metodo tutto suo. “Quando incontri qualcuno – raccomandava – mostrati sempre un po’ sbattuto e mogio… Se ti chiedono dei figli, dì che sono malmessi e svogliati, e la moglie, poveraccia, manco a parlarne!… E dì che i soldi mancano, che hai qualche disturbo, ma tu non ti lamenti, e via dicendo…”.
L’invidia, infido vizio capitale, non è mai stata così in voga. Gli altri vizi, chi se li ricorda? E chi mai potrebbe considerarli vizi o debolezze, sentimenti come l’ira, la superbia, l’accidia, o spassi come la gola e la lussuria?
L’invidia, no, è rimasta. Più che un vizio, uno sport di massa, forse grazie alla sua natura democratica, trasversale, perchè chiunque può trovare qualcosa da invidiare a chiunque, inoltre non costa niente, è interattiva, naturale e di immediata diffusione.
Ne discettano le riviste con decaloghi ad hoc, si fanno sul tema convegni, come il gran Festival dell’Invidia in questi giorni a Lodi.
Ma come nasce l’invidia? Come combatterla, soprattutto?
Melanie Klein, la celebre psicoanalista seguace di Freud, ne scrisse (nel ’57) in un suo libretto intitolato “Invidia e gratitudine”, sostenendo che è un sentimento più inquietante della gelosia e dell’avidità, perchè più malvagio. L’invidia – scrive – non è solo un istinto primordiale, ma ci spinge a fare del male a chi ci appare più fortunato.
Come antidoto, lei propone il polo opposto del sentimento, cioè la gratitudine (intesa come benevolenza). Perchè, infine, ne siamo sempre più minati e contaminati ?
Il nostro sistema sociale è ampiamente costruito sull’invidia, che – secondo quanto credono i dirigenti aziendali – spinge a lottare, emulare, superare, soppiantare e dunque a produrre di più. Ma anche il mercato e la pubblicità rinforzano l’ossessiva voglia di avere meglio e di più, attraverso modelli inarrivabili. Il tutto – dal pavimento pulito al profumo, all’ auto rombante - presentato sempre, negli spot, come un supporto che ti aiuterà a farti invidiare di più.
India e nozze combinate: la madre sceglie sul web
La cosa bella di vivere oggi, pur annaspando nella liquidità, è l’incessante mutazione. Delle cose, certo, che si evolvono di continuo e domani sono obsolete, ma soprattutto delle relazioni tra noi e l’universo.
E’ quel mix irripetibile tra vecchio e nuovo che per un attimo vacilla nella soglia tra i due mondi, e che può soprenderti ad esempio in Marocco, davanti a un beduino sul cammello che parla al cellulare, o a una ragazza col velo a cavallo di uno scooter.
Ci sono Paesi naturalmente in cui l’attrito è più forte, e per questo genera scintille.
Vedi l’India. Fino a ieri i ragazzi si sposavano coi matrimoni combinati. Oggi continuano a farlo, ma attraverso Internet. Per secoli, erano i genitori a scegliere per loro in nome dell’alleanza fra famiglie. Oggi lo continuano a fare, ma coi siti specializzati.
Vi sembra una boutade? Digitare per credere. Jeevanshati.com, Shaadi.com, Bharatmatrimony.com. I siti specializzati per combinare nozze sono decine, e producono un fatturato annuo di oltre 16 milioni di euro, in costante crescita del 50 per cento.
Milioni di utenti registrati, migliaia di testimonianze felici, ma non sono i numeri che in India possono stupire. E’ quel prodigioso e surreale contatto, sulla tastiera, fra i rituali più antiquati e la tecnologia.
Ma come scegliere fra i mille candidati? Innanzitutto, nel sito puoi cliccare fra le 254 caste, 34 omunità e circa 200.000 profili con foto. Il 70 per cento dei profili vengono scelti dai genitori, e la cosa incredibile, persino in città moderne come Delhi o Mombay, è che il 90 per cento dei ragazzi (sondaggio dell’Hindustan Times) è favorevole a questa tradizione. Due mesi di contatti costano mille rupie, cioè 17 euro.
Ma come si fa a scegliere il “qlfd match”, cioè l’abbinamento favorevole fra migliaia? Già. A parte la casta, c’è il tipo b’ful (beuatiful); il veg (vegetariano), e anche il tipo manglik, quello segnato da un oroscopo complicato, nonchè il diivorziato, che occupa una casta a parte, e il Nri, indiano non residente. E se non bastasse, puoi richiedere l’oroscopo vedico sulla compatibilità di coppia. In nome del dio Web, of course.
Metafisica del pattume e destini personali
La spazzatura è cool. Rifiuti scorie avanzi trash pattume spam? Business. Mercato, investimenti. Nonchè materia (più o meno mefitica e metafisica) di indagini e divagazioni.
Il trash in letteratura e nel cinema, le vite di scarto spiegate da Baumann. Tra tavole rotonde e sale ovali ci si interroga in tutte le lingue sul come stornarla e dove spostarla (la spazzatura of course), come riciclarla e riconvertirla, smaltirla o distruggerla. Molto meno si discute su un dettaglio non proprio lieve e secondario: come si fa a produrne meno, a controllare l’esorbitante flusso di merci appena sfornate e destinate ogni giorno a percorrere il globo, con relativo strascico di danni e sperperi di varia natura non solo per l’esubero dei prodotti stessi ma per i gas emessi nel trasporto?
La spazzatura non è solo un tema (e un ingombro) destinato a crescere e ad accompagnarci nei prossimi anni, è il paradigma del nostro presente, perchè ci riassume con una chiarezza e una esemplarità inquietanti. Quel sacchetto siamo noi. La nostra busta di plastica protervamente chiusa, che andrà ad avvelenare il mare o soffocare una Caretta caretta, ci rappresenta sin nella nostra intimità.
Ogni spazio – anche quello telematico – è terreno fertile per fare mercato, produrre e consumare. Il 90 per cento di tutte le mail inviate ogni giorno in Europa, ovvero ben 61 miliardi di mail quotidiane (indagine dell’Iit- Cnr) sono spam, cioè posta da buttare. Il che comporta, ogni anno, una spesa di trentanove miliardi di euro (stime della Commissione europea ) da parte delle aziende che gestiscono la rete per arginare questa marea tossica e indesiderata.
E non solo. La spazzatura è sempre spreco e danno, anche quando è virtuale. Ogni giorno un miliardo di messaggi pubblicitari si infiltra nella posta elettronica. Poichè per cancellare ognuno di essi occorrono cinque secondi, basta una moltiplicazione e avremo un dato apocalittico ed elementare: ogni giorno, per spazzare via lo spam, vengono sprecati 159 anni di tempo collettivo. Nonchè una buona percentuale di tempo e pazienza personale. Seleziona-elimina. Cestino. Svuota. Sicuro di voler eliminare tutti gli elementi? Sì. Per sempre. Sì.
C’è chi vuole il divano su cui stanno Will e Grace
Docufiction, infotainment? E che ne dite dello shopping-tainment?
Devo a una simpatica lettrice-navigante di Caltanissetta una segnalazione che vi rigiro. Primo, perchè completa il panorama sull’ibridazione dei generi su cui abbiamo aperto l’Oblò di qualche giorno fa; secondo perchè la cosa merita almeno una schermata.
Si tratta di un sito dedicato allo shopping-tainment, e mi spiego.
Vi piaceva il capriccioso top che aveva Susan, la Desperate Housewife nell’ultima puntata? Piazzeresti volentieri in salotto il divano maculato su cui giocavano Will e Grace?
Ecco qui. Ci sono siti (SeenON.com, StarStyle.com) dove clicchi per categoria, scegli il divo preferito o il serial (ma anche il film visto al cinema), ti rivedi la scena e compri il prodotto che ti interessa: il maglione di Jessica Parker in Sex and the city, il servizio di bicchieri in quel film con Woody Allen.
Naturalmente puoi scegliere: o l’articolo unico indossato davvero, o la sua riproduzione esatta, che costa meno. Oltre ventimila prodotti, con un giro di 4 miliardi di dollari, e non è poco.
Vi sembra tutto sommato normale, cioè un gradino solo un po’ più web della normale vendita per corrispondenza?
Errore. Perchè non si vendono solo prodotti, ma modelli di vita, per i quali le americane (dai 20 ai 40 anni, soprattutto) perdono la testa. Sono in gioco i sentimenti da copiare e esibire, e sul business giocano sporco non tanto i titolari delle aziende legate ai siti, ma gli stessi produttori, registi e costumisti delle fiction che scelgono abiti e arredi finalizzati allo shopping mediatico.
Il nobile meccanismo che viene dunque azionato sulle sub-consumatrici è quello del cane di Pablov, sopraffatto dalla salivazione alla sola vista del piatto.
Guardare un film come si vede un catalogo. Emozionarsi per una sequenza, perchè entra in scena quella borsa o quel cappotto.
Com’era bella la società di massa quando gioiva per Carosello.
Il sesso della politica e la politica dei sessi
Uomo al volante, pericolo costante! L’uomo è l’angelo del focolare.
“Non pensare a sesso unico”. Dai muri siciliani, intervallati agli ottusi o sinistri faccioni dei manifesti elettorali, gli slogan di Arcidonna contro le discriminazione di genere ammiccavano ottimisti.
Ci sono ancora, ma che effetto vi fanno, a fine elezioni? La malinconia delle stelle filanti, finita la festa, sporche e rotte sul pavimento.
Perchè l’intera campagna elettorale nonché il suo esito, in Sicilia ma anche nel Paese, l’ha beffardamente confermato: le donne, esclusa qualche rarità vista e vissuta appunto come eccellenza, dunque lontana, incongrua o accidentale, sono uno stereotipo.
Da Berlusconi che l’ha esternato senza pudore né imbarazzo, in campagna elettorale (“Donne che siete le sovrane della casa, fate il vostro sacro dovere, rifocillate gli uomini del gruppo!”), ai politici che si fanno fotografare circondati dalle “loro” donne di partito sorridenti e rassicuranti, come a garantire che staranno al loro posto ma metteranno al servizio la loro intelligenza, tutto secondo copione (e se sono piacenti sono più gradite, perchè armonizzano la prospettiva, e infatti c’è chi, per non rischiare, ama spesso attingere le sue forze femminili nel mondo dello spettacolo).
Non è peraltro solo una misera e disperante questione di percentuali (di eleggibili o elette). E’ ancor peggio, e non c’è bisogno di ricordare l’infausta metafora dei “fucili“ evocata in campagna elettorale. La Sicilia ha espresso un voto al maschile perchè è dominata, oggi più di sempre, da un potere e da un’ideologia ancorati ai cosiddetti valori “maschili”. La forza muscolare, la competizione, l’esibizione del potere, l’affermazione personale, il familismo (che non è la famiglia). Hanno un bel dire i sociologi americani, che le risorse del domani sono di stampo femminile, la creatività, l’intelligenza flessibile, la sensibilità umanitaria, il pragmatismo consapevole, lo spirito intuitivo. Già. In Spagna, forse, dove le ministre sono 9 su 17, e tutto intorno è un’altra storia.
Disperate, rampanti o ritoccate ma pur sempre casalinghe dentro
L’invito è strano, in effetti. “Corona il tuo sogno! Sii anche tu un po’ desperate housewife!”. Ma siamo pazze? Casalinga a me?!
Lo spot è su Fox life: metti sul cellulare la colonna sonora del serial ed è fatta.
Già. Inutile nascondersi, mettere in vista la cartella da lavoro, tastare la busta-paga, ricontare i biglietti da visita nel portafoglio. Rituali inutili, potete smettere. Quelle casalinghe frustrate siamo noi, anche se non siamo, sulla carta, Casalinghe. Siamo noi, tutte noi, affette nei secoli dal morbo subdolo della casalinga.
Siamo noi Bree, Susan, Mary Alice, Lynette, Gabrielle. Stesse paure, gelosie, doppiezze, straniamenti. Benvenute nel regno delle donne spezzate (e spiazzate). Quelle-che-non, quelle-che-poi, quelle-che-forse, chissà, se avessero lavorato nel mondo si sarebbero affermate. Professione: l’attesa. Del domani, del lavoro, del futuro dei figli. Desperate housewives. La fortunatissima serie americana sbarca in Italia in Tv e anima i pranzi (e le pause-caffè) del giorno dopo. Chi è la più sexy?, chi è l’assassino, chi se la fa con chi?
Benvenuti tutti a Wisteria Lane, isterico e leggiadro sobborgo di casalinghe e famiglie nevrotiche, dove sono a posto solo i capelli e i macchinoni nei garage, e le aiuole perfette nascondono cadaveri, e i cadaveri nascondono segreti, e i segreti nascondono buchi (di sceneggiatura) che non (s)copriremo mai.
Non c’è bisogno della colonna sonora, noi siamo là, con loro, nel virtuale condominio coi cagnolini e i viali alberati. Spesso solo disperate e spesso solo casalinghe, talvolta le due cose insieme, in certe domeniche oscure. Ammettiamolo, una volta per sempre : siamo tutte casalinghe tutte, anche quando lavoriamo fuoricasa, professoniste e impiegate, anche quando la colf fa i lavori al posto nostro, e abbiamo pure la baby sitter strenuamente sognata da Lynette, che per i quattro intollerabili piccini ha smesso di essere una rampante manager e si è tramutata in mamma puzzolente. (Il marito storce il muso disgustato quando lei lo abbraccia, “Che cos’è quest’ odore di acido, Lynette?” Lei, mortificata: “E’ il latte caduto dal biberon”. “E cos’è quest’orrendo vestito di casa, Lynette?”.)
Già, perché a casa, anche se di mestiere facciamo le veline o le scienziate, ci vestiamo di casa. Da disperate. E felici. Vecchie tute da ginnastica, maglie comode e piene di macchie, come fossero medaglie. Per stare comode, per non rovinare i vestiti buoni. E’ complicato, se stai dietro ai bambini (ne basta uno, non ne occorrono 4 come a Lynette) indossare a casa scollature e tacchi a spillo. E poi c’è un sottile piacere, un certo gusto sadomaso a travestirsi-di-casa.
La casa nobilita e abbrutisce (e imbruttisce), è solo questione di tempo. Cosa fa Lynette per riattizzare le fiamma languente della passione coniugale? Si fa trovare dal marito vestita da camerierina-pon pon, giarrettiera e calze a rete. Solo che il marito ritarda, e lei sopraffatta dal sonno si addormenta scomposta sul divano, la bocca aperta e il finto piumino in mano.
E’ difficile, quasi impossibile, per una mammacasalinga (tutto unto e appiccicato, per dare il senso della pesantezza) tramutarsi in dark lady nelle ore serali. E’ troppo stanca.
Già, perché le casalinghe sono una razza multipla e mutante. Ovunque siano, nell’igloo più remoto o nella capanna dello Srilanka, nel grattacielo di Manhattan o nelle favelas brasiliane, tutte le donne del mondo hanno in comune questo, il Mal di casa. E‘ una passione arcana e misteriosa, è un rimorso che non lascia tregua, è un’amnesia e un ammanco, è un incanto. Una nevrosi che scava, una follia senza parole. Un’ improvvisa euforia.
Tutte, casalinghe tutte. Spesso più che disperate, casalinghe mascherate. Perché ogni donna, anche chi a casa sta solo per dormire, è afflitta in segreto da un sentimento doppio, amore e odio per la casa, attrazione e ripulsa, bisogno e fuga. SENSO DI INADEGUATEZZA. Abbandono e vendetta. Piacere e malinconia.
Chi non ha mai provato, in un lungo pomeriggio d’autunno, quel senso pieno della vita che dà un cassetto appena ordinato? E quel sottile orgoglio nel riporre la biancheria stirata negli acconci spazi, quel brivido di supremazia per quel gesto che disciplina, e mette ordine nel caos che incombe?
Il senso arcano della Casa, il vizio oscuro della dimora, il richiamo del nido. Casalinghe dentro. Non importa se hai figli, o un compagno, o vivi sola, perché la casa è il regno dell’onnipotenza, è la prigione, è il rifugio del sogno privato.
E’ una mania che diventa sperpero di sé, virus che annienta e magnifica, a fasi alterne.
Perché la DH (desperate housewife) Bree ci fa paura, con quei capelli ben laccati, il fiocco teso del grembiulino, la casa a specchio (delle sue brame) e i biscottini in forno tutti uguali?
Perché è troppo perfetta. È un robot sorridente. E dunque artificiale. La sue smania di perfezione toglie il respiro, non c’è spazio per l’imprevisto, per il caso, l’inciampo.
Tutti, marito e figli, amiche e spettatori la vorrebbero spegnere ogni tanto, disattivare, rimescolare dentro e poi vedere se per caso tossisce ogni tanto, se ha forfora, fa brutti sogni o brucia uno sformato. Lei non si sforma mai, invece, sempre bellissima e intatta. Fin quando la casa le esplode addosso, ma la scompiglia appena.
Regine e schiave della casa. Non sarà un caso se nel corso dello sceneggiato più volte le case vanno a fuoco.
Mentre le donne giocano a carte (deprecabile e antico vizio da casalinghe inoperose) nel bisogno di esercitare almeno sulle carte un talento strategico inespresso, nel loro bel villaggio il sangue si raggruma e macchia le tappezzerie fiorate.
Siamo noi le desperate housewives, disperate perché messe in fuga dal nostro dominio, perché l’abbiamo dato alle fiamme, demolito, sotterrato. E poi lo abbiamo rimesso in piedi, per non sentirci esuli, clandestine, sole.
Non c’è bisogno della musichetta di Fox life, ce l’abbiamo già la nostra colonna sonora, fedele e rassicurante. E’ fatta dai suoni domestici che tramano la giornata, il borbottio del figorifero, il gorgogliare della lavatrice, il singhiozzo del lavandino che perde, i sospiri dello scaldabagno, il trillo dell’orologio del forno, lo sbuffare del phono o del frullatore. Si mischiano alle suonerie dei telefoni, dei citofoni, allo squittio del fax, al fischio delle connessioni Internet. Un coro aperto dal primo suono, quello della sveglia.
E tutte si svegliano, qualunque sogno le abbia distratte. C’è chi prende l’aereo, chi porta i bimbi a scuola e poi corre a fare shopping furioso come Gabrielle, per monitorare la propria esistenza nel mondo, e certificare che esisti perchè spendi.
O come Susan, che a casa invece non sta mai, e cerca la vita dietro la finestra.
Siamo noi anche Mary Alice, che non c’è mai perché è morta prima che cominciasse la storia, e tuttavia c’è sempre, perché fa da guida a noi e alle sue amiche superstiti. E’ una voce saggia e insieme folle. E’ lei che dà il via a tutto, inopinatamente.
E per giunta scopri alla fine che non era affatto casalinga. Impostora. Cosa non si farebbe, per spacciarsi come casalinga.
Chi è davvero mite scagli il primo fiore
Ma cos’è questa sete, questa fame di quiete – scrive un lettore – che ci attraversa e fugge?
Non è forse – scriveva Thomas Mann a Kerenyi – la “passione dell’equilibrio”?
Già. Chi l’avrebbe detto: l’equilibrio
come furioso sentimento. Un azzardo. La serenità come sfida.
Visto che il tema di ieri – felicità o quiete – ci scuote e riscuote tanto interesse, proseguiamo il viaggio e fiondiamo su un piccolo saggio di Norberto Bobbio, pubblicato nel ’93, dall’obsoleto titolo “ Elogio della mitezza”.
Mitezza. Già la parola ha un suono antico, da soffitta con trine e lavanda, velo da sposa, fiori secchi e carillon. La mitezza è coinquilina, nello stesso vecchio baule, di “pudicizia” “verecondia”, “morigeratezza” “temperanza” e “mansuetudine”, tutte parole difficilmente rintracciabili (e “neglette”) tra i sinonimi offerti dai programmi web di scrittura.
Per dirla con Celentano, non c’è cosa più lenta della mitezza, anzi off. Chi, se definito “mite”, lo ritiene un complimento? La mitezza è come la modestia, l’umiltà, la moderazione, cioè condizioni solitamente valutate, dalla nostra società, come disvalori, attitudini da perdente, da gente comunque un po’ fuori dal tempo. La mitezza è insomma fuori mercato. Molto più spendibili, come insegnano gli oroscopi e i manuali per aspiranti laeder o top-manager, sono la grinta, l’arroganza, la spregiudicatezza. (In Sicilia, poi, la mitezza, esatto contrario della “spertizza”, è davvero una virtù decisamente poco appetibile e apprezzata).
Eppure, scrive Norberto Bobbio, la mitezza è una virtù sociale, perché è più della tolleranza: è un dono. Il mite non è un debole, è un forte. Ma a differenza di molti altri non concepisce la vita come una lotta. Il mite è un non-violento. Forse per questo la mitezza è una virtù non politica. Il mite è un saggio che se non va in televisione a erogare sentenze new age, non interessa nessuno.
La mitezza è propria delle donne, dice Norberto Bobbio. E qui si sbaglia. Non sono mai state guerriere come oggi, le donne, e sempre in lotta, per ogni genere di conquista. E forse del tutto miti non lo sono mai state, se non nei miti (maschili, naturalmente). Ma siamo mollemente (direi quietamente) scivolati su un’altra puntata.
L’arte, quel solitario piacere che unisce
Cos’hanno in comune Salvador Dalì e Caravaggio, eccetto il fatto di essere artisti? Poco, e non solo per i tre secoli di distanza. Il primo un esteta, poliedrico e innamorato (corrisposto) della vita, il secondo un solitario, braccato dalla vita. Il primo un ricercato per stile, l’altro ricercato per omicidio.
Dalì un raffinato, Caravaggio un irruento, quello alloggiato nelle ville, questo nelle carceri. Il primo svuotava i corpi sino a farne linee e volute da far librare sulla carta (e in cielo), il secondo infilzava il pennello nella carne sino a mostrarne le pieghe e le rughe più impietose, la pelle slabbrata, le ombre sporche di terra. Dalì riesce a far diventare anche il sangue un simbolo o un decoro, Caravaggio sapeva trasformare in rosso-sangue persino i drappeggi delle tende. Dalì metteva ali anche ai corpi perchè amava le farfalle, Caravaggio insisteva sui piedi, meglio se sporchi e gonfi, in primo piano. Uno visionario, l’altro un viscerale.
Anche il brutto in Dalì è magico, volatile, trasfigurato, e invece il brutto in Caravaggio è vero, organico, è il travaglio del corpo e dello spirito, sono gli occhi incavati o sgomenti.
Eppure - e vengo al dunque del curioso preambolo – i due non sono mai stati tanto vicini, uniti dalla stessa meraviglia. La meraviglia (domenica sera, ad esempio) di vedere tanta, tantissima gente di tutte le età, attenta e ammirata davanti alle loro opere esposte – in due sale vicine- alle Ciminiere di Catania.
Il genio premiato e il fuggiasco, Dalì e Caravaggio, in fondo entrambi contestatori, a pochi metri l’uno dall’altro: il primo in versione originale (acquerelli, sculture ecc) l’altro in digitale, ma poco importa, se come in questo caso la tecnologia aiuta a diffondere, capire, emozionare.
Ma l’emozione era anche un’altra, e beneaugurante. Era vedere tanta gente contenta e partecipe, ordinata, in piedi a guardare in silenzio o raccolta intorno alla voce-guida registrata, insieme dinanzi all’offerta della bellezza. Non c’era niente da comprare, da consumare, non eravamo in un centro commerciale. C’era una folla venuta solo a guardare, riflettere, contemplare. Commuoversi, imparare, scuotersi. Dunque non era una folla, erano cittadini sollevati e uniti dal prodigio dell’arte.
I giorni del ciliegio e l’arte del guardare
In questi giorni in Giappone fioriscono i ciliegi. I fiori durano appena tre giorni e poi si spengono a terra, leggeri e rosa, come i ricordi incompleti.
I giapponesi lo sanno, dall’antichità. E’ un dono splendido ma dura poco, e dunque va subito colto. Nei giorni del ciliegio la gente va in strada, nei parchi e nei giardini, a guardare questo spettacolo unico e struggente. Fanno i picnic, festeggiano o stanno in silenzio ad ascoltare – sì, ascoltare - quel prodigio. Sono i giorni dell’Hanami, che vuol dire contemplare i fiori. Ho pensato all’Hanami a proposito della slow life, la vita lenta, di cui si chiacchiera rumorosamente, persino in modo martellante, da un po’ in Italia anzi in Europa.
Molti scrittori e guru sono scesi in campo con libri veloci e iniziative lampo a promuovere lo stile slow in cucina e nel quotidiano, nei viaggi e nel lavoro, ed è stata proclamata anche (il 25 febbraio) la Giornata mondiale della lentezza.
Lentezza come rapporto sano con la vita, degustazione calma dei piaceri, contatto coi valori. Tutto il contrario della vita in carriera, dello stress da superlavoro, del fast food e del fast sex Con una lieve ma legittima forzatura: chi è lento è anche meno consumatore e meno dannoso per l’ambiente.
“Lento” dunque come saggio. Equilibrato.
Già. Se non fosse che ai siciliani la lentezza può apparire una maledizione biblica. Sin troppo lenti sono gli autobus, e lenti i servizi degli uffici, lentissima la burocrazia e l’assistenza medica, lento il traffico in città, lento il servizio nei ristoranti. Diciamo che la mitica lentezza la conosciamo bene.
Per anni ci hanno tormentato e ci siamo flagellati dietro l’esempio della Milano-da-bere, tutto efficienza e ritmo, produzione e velocità. Ci abbiamo messo un po’ a velocizzarci, non sempre in modo rifulgente, e abbiamo immesso anche un po’ di sana tecnica nel nostro genetico amore della chiacchiera e della pausa.
E adesso che siamo tutti una pila elettrica ci vengono a dire che lento è meglio?
Forse dovremmo intenderci sul verbo temporeggiare. Basta non avere fretta, ne riparliamo domani.
