C’è pure lo psicologo nel centro commerciale
Se siete all’ipermercato, e di fronte ai surgelati siete assaliti da un freddo panico e inarrestabile. O vi prende un nodo alla gola davanti all’armadio per le scope, indecisi fra quello di un metro o di sessanta centimetri. E vi sembra che nella vita non abbiate fatto altro, sbagliare sempre le misure.
Bene, rincuoratevi, non sarà più un dramma. Fra poco anche gli ipermermercati e i centri commerciali avranno i loro sportelli gratuiti di counselling, cioè la psico-consulenza rapida. A Milano ne hanno appena aperto uno, e del resto nelle capitali italiane ci sono già pub e bar che promuovono psico-happy hour con specialisti a disposizione.
Ma che significa lo psicologo nell’ipermercato? Funziona in modo semplice per problemi semplici (max tre sedute) e ti rimanda a uno specialista per questioni più complesse.
Ma come si fa a parlare di psiche nei templi doc del consumo?, di sentimenti privati e di luoghi-dell’anima nel non-luogo più massificato?
A prima vista sembra francamente una sciocchezza, perdipiù degradante per lo psicologo. O una trovata di marketing, inventata apposta per promuovere lo spazio commerciale.
Eppure. Chissà. Forse la trovata diffonderà l’idea che la consulenza psicologica non è una cosa eccezionale né triste, né praticabile solo negli ospedali o nei consultori (dove infatti la si evita) ma in uno scenario normale e vitale, quotidiano. (E infatti negli Usa lo psicologo opera ovunque).
Forse fra i banconi che mettono in mostra i nostri desideri truccati da bisogno, anche un bisogno (psicologico) può travestirsi da desiderio. E dunque esprimersi con più facilità.
Comunque sia, nulla di nuovo, alla fine. A inaugurare il trend nel ‘52, con un banchetto mobile con su scritto Psichiatric help, tariffa 5 centesimi, è stata Lucy, l’amica di Charlie Brown.
Superdonna Sarah, Supernonna Maimun
Che differenza c’è tra una persona e un personaggio?
La categoria del personaggio è nata coi media, che ne hanno bisogno per trasformare un individuo normale – cioè privo di interesse mediatico – in un soggetto eccezionale e catturante, dunque degno di nota, di palcoscenico, di titoli. Insomma un prodotto da banco.
La persona “normale”, anche se curiosa o eccellente in qualcosa, non fa cassetta, perché non fa sognare ma semmai riflettere. E la cosiddetta opinione-pubblica è vorace di illusioni, sublimazioni, trucchi. Vuole fantasticare, soprattutto, e il personaggio funziona per questo, perché è abbastanza lontano, quasi irraggiungibile per attivare la miccia del sogno.
La trasformazione alchemica della persona in personaggio – spesso affidata ad esperti del riciclaggio umano- è del resto analoga al processo per cui sui media un fatto (interessante ma normale) viene camuffato da notizia, da evento, per poterlo vendere al meglio.
La caccia al personaggio non risparmia ovviamente alcun campo, e infatti Sarah Palin, aspirante vicepresidente alla Casa Bianca, sembra un personaggio costruito al computer: è stata Miss (segno max di seduttività femminile) e campionessa sportiva (primato “maschile”), è antiabortista (tutela della vita) ma è per la guerra (che non è tutela della vita, ma espressione di animus virile); si cura e si trucca ma appare sovrappeso, ecc. Insomma un mix di sicura presa.
Però a me sembra molto più interessante Maimun Ysuf, la candidata alle elezioni in Malaysia. Ha 89 anni, 19 nipoti e viaggia solo in bici con scarpe di gomma, sacca della spesa e fazzolettone in testa. Si è fatta un blog (www.maimunbintiysuf.blogspot.com) e ha speso tutti i suoi risparmi, 4000 euro, per la campagna elettorale. Quando alcuni anonimi donatori hanno coperto tutti i debiti, lei ha scritto ai tanti fans: “Grazie per l’aiuto, adesso non servono più altri soldi… Ora ci vuole solo molto lavoro”. Che ve ne pare?
Via le casalinghe, inquinano gli spot
Mai più donne esultanti coi detersivi in mano, lolite rapite da un deodorante, uomini che non devono chiedere mai (e dunque prendersi da soli quello che vogliono). Con qualche ritardo, il che rende tutto persino obsoleto, l’Europarlamento ha votato (504 sì e 110 no) un rapporto (non ancora legge, né direttiva) contro la discriminazione sessuale in pubblicità.
Non è paritario, si dichiara, che le donne negli spot siano sempre casalinghe o maliarde, e gli uomini eroi da sedurre o miti sfuggenti in auto rombanti.
E non è sano, soprattutto, dal punto di vista sociale, perché la pubblicità ha un impatto fortissimo sul privato e l’inconscio dei cittadini, e offre modelli di identificazione cui è difficile sottrarsi.
Ma siamo certi che nella pubblicità italiana i ruoli siano ancora così fissi?
O forse siamo schiavi di un altro stereotipo, per cui ogni spot è sempre maschilista e ottuso, e la donna sempre vittima, oggetto o strumento?
A me pare che tolta qualche eccezione, le donne degli spot agguantino i detersivi con ironia o consapevolezza, e comunque assieme al marito o compagno, e appaiono in genere disinvolte e curate, non casalinghe frustrate, ossessionate dalla manìa del bucato. Allo stesso modo, le cucine sono piene di ragazzi e mariti che aprono (lieti) latte e barattoli .
Quanto all’eros, è vero. Sembra che nulla si possa vendere in tv, dai profumi alle calze, da un’auto a un telefono, senza risonanze sessuali e sguardi concupiscenti. Ma è anche vero che è stata la pubblicità per prima a insegnare che persino un piatto di pasta – genere di consumo primario e popolare – puo’ esprimere un richiamo erotico o aggregante. Perdipiù in famiglia, in casa, laddove il cibo è sempre stato visto come abitudine o necessità.
E’ stata la pubblicità, in Italia, a trasmettere l’idea che la complicità, la passione e l’allegria possono correre anche in casa, in famiglia, perchè è qui, intorno a un piatto fumante, o dentro un auto, che si consuma la trasgressione, il brivido. E comunque il piacere di stare insieme in un Italia tutta divorziata.
Il sogno anti-age, l’età dell’anti-età
La parola magica è anti-age. Che significa anti-età.
Si insinua dappertutto, in creme e detersivi, shampoo e prodotti per capelli, bagnoschiuma e deodoranti, ma anche dove non te ne frega niente o non l’avresti cercata, in certi biscotti, formaggi, persino collant e biancheria intima. Per non dire ovviamente dei ricostituenti, integratori e farmaci vari.
Sembra che tutti – dai supermercati alla pubblicità- lietamente congiurino nella santa crociata, toglierti la tua età, ribassarla fino al limite estremo, dunque condurti, se non all’eterna giovinezza (che pure un’età la possiede) allo stato zero, neonatale. Perché non devi ringiovanire. Ma regredire, attraversare il tempo al contrario.
Anti-age. Come suona bene. Perché una volta, diciamolo, si usava una brutta parola, che solo a pronunciarla era un gravame. Provate a dirlo: vecchiaia. Un’altra volta, davanti allo specchio: vecchiaia. .
Già all’inizio, quando dici “ve”, la bocca si piega verso il basso, il labbro di sotto si incurva sotto quello di sopra, e produci un sorriso al contrario che è tutto un programma. Arrivati al centro, “cchiaia”, l’opera è completata, e quel suono stridulo e gutturale, oltre a incarnare il simbolo della tristezza cosmica, ti ha prodotto almeno due rughe di espressione.
Dev’essere per questo, per dimenticare la parola indicibile, che non ci sono più creme né antidoti che combattono i “danni della vecchiaia”, ma solo prodotti che “contrastano” gli effetti del tempo (categoria molto più neutra e flessibile), o attenuano i “segni”.
Le mitiche “rughe di espressione”, formula gentile inventata da qualche lirico amante delle donne, non è mai stata così ambigua. Se è “espressione”, cioè linguaggio dell’anima, perché attenuarla?
In realtà, la caccia continua al nuovo lessico da parte dei pubblicitari per rivestire di nuovo il vecchio (ehm, mi scuso per la parola) produce spesso effetti imbarazzanti, e a furia di creme che “riparano”, “levigano”, “consolidano”, “lucidano” e addirittura “scolpiscono” ti sembra di essere un vecchio cassettone in attesa di restauro.
Tant’è. L’importante è togliersi di dosso l’età, qualunque sia, con tutto il suo carico di storia e di tempo. Dimenticare la forza di gravità, quell’insidiosa spinta verso il basso che curva persino la volta celeste. C’è stata l’età del ferro e dell’oro, del Rinascimento e del ’68, questa è l’età dell’antietà.
10000 passi al giorno il segreto dell’armonia
Corriamo tutti. A sentirci parlare, non si fa altro. “Come va?” “Eh, sempre di corsa!”…
Mai verbo – correre – si è prestato a un tale abuso deformante. Siamo, gli italiani, e specialmente i siciliani, il popolo europeo più fermo, più sedentario. Non solo non corriamo, ma nemmeno camminiamo poiché usiamo le ruote anche per brevi tragitti (e poi anche qui, visto il traffico, semmai procediamo al cosiddetto (quand’era in uso) passo d’uomo.
Breve e didattico preambolo per illustrare una delle tante fatali scoperte che periodicamente il fior degli studiosi annunciano al mondo con scorta di dati: il moto fa bene.
E’ l’Accademia americana dei pediatri che lo spiega : il sovrappeso dei bambini è legato al tempo eccessivo passato sulla sedia, fra computer e televisione.
La loro ricetta? Camminare. Ancor meglio giocare a palla o saltare la corda come una volta nei cortili, dove infatti i ciccioni erano pochi (ma in compenso molto sbeffeggiati, essendo ignoto il concetto del politically correct).
Ma com’è noto i condomini non contemplano cortili, e i parchi e giardini , oltreché rari, sono insicuri e rischiosi. La ricetta degli studiosi è pertanto elementare e matematica: 13.000 passi al giorno, che fanno circa, dicono, quattro chilometri. Se però siete adulti, ne bastano diecimila (di passi, non chilometri).
Non sorrideteci su. I luoghi comuni hanno sempre una validità primordiale.
Poiché i bambini non possono certo andare a zonzo da soli, vanno accompagnati, e dunque lo sport lo fa tutta la famiglia, con benefici evidenti oltre che sul fisico anche sul portafoglio, grazie al risparmio su palestra e benzina.
Di più. Se usassimo i piedi come mezzo di trasporto urbano, destinando al fine un’ora al giorno, impiegheremmo meno tempo di quello perduto ad accompagnare su e giù i figli in palestra, evitando anche lo stress di traffico e posteggio.
Diecimila passi. I giapponesi hanno già inventato un timer elettronico da tenere in tasca, che conta i passi al posto tuo.
Se la famiglia web nasce su un tubo
Internet ci instupidisce? Ma ne siamo sicuri? Il sospetto che il mondo Web sia piccolo, cieco e fisso, e non mutevole e infinito come la biblioteca di Borges (cioè come tutti lo riteniamo), ha suscitato vari mugugni fra i lettori.
Prima reazione (commerciante anonimo di Enna): “Gli americani sono specialisti in allarmismi sul nulla! Adesso ci vengono a dire (Oblò di ieri) che la blogosfera è uno spazio chiuso e autoreferenziale, perché raccoglie persone troppo simili fra loro? Mi sembra una solenne cavolata: Internet al contrario sprovincializza, e ve lo dico io, che non abito a Los Angeles ma a Enna, e dal mio negozio di articoli da giardino comunico con tutto il mondo!”
Beh sì, la blogosfera non è una specie di cortiletto asfittico e privo d’aria, tendenzialmente frequentato da cugini che si sposano fra loro col grave rischio di riprodursi malamente…(anche se invero ci sono anche blog che funzionano come i circoli di paese di una volta…).
“Io sono una fanatica dei blog, specialmente artistici – scrive una studentessa di Gela – e qui ho trovato nuovi amici…Però è vero che c’è il rischio dell’aggressività, della competizione, della gelosia e degli affetti esagerati o esclusivi…proprio come nelle famiglie!”.
D’altro canto, sui tasti corrono e scorrono anche i sentimenti. A volte appesi anche a una maniglia, o a un tubo.
Mi scuso, scivolo nel personale, ma mi è capitato mentre scrivevo il romanzo. A un certo punto (della storia) c’era un guasto nel tubo di scarico e mi è venuto il dubbio se fosse congruo o meno usare nel testo il termine serpentina. L’ho cercato su Google e sono stata subito catapultata in un’orchestra di voci che commentavano variamente, con profusione di dettagli così curiosi (per me) da sembrare metafore, esemplari drammi domestici di sanitari intasati… C’era anche uno studente che con incredibile ironia raccontava la sua esperienza raccapricciante nella casa in affitto e dava –appunto, eureka! – ragguagli sulla serpentina.
Esaltante, a volte persino commovente. Su Internet si riesce a fare comunità più che nei condomini.
