Perchè oggi il sentimento si esprime meglio on line?

Novembre 25, 2008 at 6:13 pm (1)

“Se una donna paga per avere un po’ di sesso – dice Marina, lettrice-amica – vuol dire che siamo forti, e pari, in tutti i sensi. Ma pagare per sentirsi dire Sei bella, o per avere qualcuno che ascolta i tuoi guai vuol dire un’altra cosa, molto più tragica : che sei sola, maledettamente”.
Torniamo davanti all’Oblò di ieri, a contemplare un tramonto triste, quello sul mare delle relazioni.
Dove se hai i soldi  puoi comprare tutto,  sesso, rapporti, status, carriera professionale, pubblica o politica, ma anche bellezza e perfezione (chirurgiche), ma non il bene più immateriale, più gratuito, più disponibile a livello cosmico perché a differenza di altre risorse primarie come l’acqua o il verde può riprodursi da solo senza limiti : il sentimento d’amore.
Credo che se un sociologo dovesse analizzare, fra un cinquantennio, il nostro tessuto di relazioni tra Internet e piazze urbane troverebbe squarci, buchi e rattoppi. La nostra rete di rapporti  – il Giappone coi suoi Host è solo il nostro possibile epilogo – è lacera e aggrovigliata.
Nodi, appunto. Ad esempio, non è affatto vero che si crede meno nell’amore. A fronte del progressivo aumento dei divorzi, non se n’è mai (stra)parlato tanto, tra Tv, pubblicità  e media. ( Infatti fa vendere, si tratti di film, libri o canzoni, notizie).
Più una società invecchia e si corruga,  più si cerca il rifugio dell’amore certo e protetto. Più cresce l’allarme sociale e ambientale, più invochi la coppia.
Nodi, dicevamo: la gente ha bisogno di dirsi, incontrarsi sugli stessi problemi, ma teme “l’altro”. Sul web la paura sfuma nell’euforia verbale, ti apri ma ti senti sicuro, schermato. E’ per questo che il mondo on line rigurgita di solidarietà, comunanze, affinità, sentimento. E’ qui che si riversano i bisogni elementari e irrisolti di confronto, di scambio. Dove sei riconosciuto da altri come individuo, soggetto unico, portatore libero di idee e fantasie. E’ qui, non a caso, che nascono i matrimoni (veri, non virtuali).
E sembra strano, ma questa affermazione di identità riesce meglio nell’ipermassa della blogosfera anzichè nella vita.
Non ci dovrebbe un poco impensierire, la cosa?

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Uomini col biberon o amanti dei fornelli

Novembre 25, 2008 at 6:10 pm (1)

Pensavo di non parlarne, perché lo si è fatto abbastanza, ma fra donne se ne discute ancora, e allora ok, diciamolo: è fastidioso. Al limite offensivo. Ma significativo.
Cofferati che fa notizia perché sospende la carriera per accudire il figlio. Cioè fa una cosa che hanno fatto e fanno milioni di donne nel mondo, senza per questo sentirsi eroiche, o oggetto di stupore e  scalpore. Certo, è un personaggio pubblico e non un oscuro dipendente delle Poste, e dunque fa notizia di per sé, ma un dato è certo: un uomo che lascia la scrivania per il passeggino è un caso, forse anche un modello (positivo), ma comunque una curiosa e romantica eccezione nel panorama comune. Dal giorno dopo, manco a dirlo, giornali e riviste si sono precipitati a documentarci sugli altri casi anomali di uomini che hanno accudito i pargoli sostituendo le mogli in carriera, e raccontavano queste bizzarrie della natura  col tono da Quark, meraviglie della specie  umana e della sua evoluzione.
Un uomo che guida un passeggino, in realtà in Italia è ancora visto come un tipo originale, o forse un perditempo, se non un succube (della moglie) o al limite un disoccupato.
D’altro canto, quanti padri chiedono il congedo per paternità? Pochissimi. La nostra società, a dispetto di una pubblicità che  la rappresenta aperta e paritaria, con giovani coppie che lavano insieme i piatti o cucinano, in realtà guarda ancora con sospetto agli uomini che si occupano  di casa e di figli, ritenendoli portatori insani di virtù squisitamente donnesche, dunque uomini fragili, sul bordo vischioso dell’effeminatezza o della perdita d’identità.
Solo da poco si è sdoganata l’immagine dell’uomo che cucina in casa, ma lo fa di solito per hobby, cioè per scelta e persino per vezzo, mentre la donna lo fa perché deve, e se le piace meglio per tutti.  D’altro canto, fateci caso: un uomo appassionato del suo lavoro appare un uomo impegnato che si sacrifica, ma una donna che ama il proprio lavoro è una donna-in-carriera.

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Il pianerottolo invaso e il profumo di torta

Novembre 9, 2008 at 6:28 pm (1)

Chi l’avrebbe detto. Uno tira fuori un tema piccolino, così domestico e banale, “il vicinato”, e scopri che invece ci tocca tutti da vicino, nascostamente, più di quanto sapessimo.
Diciamolo: in tutto il mondo, ci mancano i vicini. Siamo orfani dei vicini.
Sapevamo di essere orfani dei padri, della patria, della politica e degli ideali, ma ignoravamo o ci nascondevamo di essere orfani dei vicini. Quelli che senti rincasare, che ti offrono la solita torta un po’ asciutta, di cui conosci i gusti televisivi grazie al volume generoso, quelli che posteggiano l’auto sempre troppo vicino alla tua, o ti fregano il posto sul marciapiede sotto casa, quelli che hanno bambini che per piangere usano la notte, o piante che colano sulla tua biancheria, o adolescenti che amano il rock specialmente se trapassa i muri.
Quelli che mettono la spazzatura sul pianerottolo in orari sbagliati. Proprio loro, questi, i vicini che rimpiangiamo?
Beh, questione di prospettive. Certo è vero che i vicini li conosci soprattutto quando sono troppo vicini, e allegramente invadono il tuo pianerottolo simbolico con voci e ingombri personali.  Però forse ci mancano. Ci manca la categoria spirituale del vicinato, quella sorta di comunità mistica e sollecita, che non sapendo, secondo tradizione, “farsi i fatti suoi” si occupa anche dei tuoi problemi e ti soccorre. E se non ti parte la macchina ti dà una mano. E se ne hai bisogno,  sa fare  un’iniezione.
I “vicini” sono spariti, sostituiti dai “condòmini”. Che è tutta un’altra cosa. I vicini erano pazienti, avevano un nome e una storia. I condòmini li vedi in ascensore, a stento conosci il cognome, hanno sempre fretta e al massimo si parlano nelle riunioni di condominio. E non per raccontarsi storie di figli appena laureati, o sposati, o di anziani ammalati, ma di ascensori guasti e tubi incrostati. Forse i  vicini che sognamo esistono solo nei film e in certe storie, non c’è più tempo per fare i vicini, essere vicini a qualcuno.
Forse è giusto, allora, scegliersi on line i vicini e poi le case per abitare insieme. Usare la via della ragione se quella del cuore è ingorgata.

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Coltiva l’orto e batti la crisi

Novembre 9, 2008 at 3:53 pm (1)

C’è una parola magica e spettrale che aleggia e serpeggia fra ombrelloni e drink. Recessione.
In nome della recessione scateniamo tutti  le più sinistre fantasie. Crisi dei consumi (si capisce), crisi del commercio e crisi delle famiglie, crisi delle coppie e tensioni sociali. Tutto possibile, d’accordo, perché in tempi di ristrettezze siamo tutti più arrabbiati e scomposti, e le convivenze si scuotono tutte,  da quella di coppia  alla comunità.
Ma  se qualcosa di buono nascesse  in tutto questo, ad esempio una nuova  e auspicabile austerità ?
Qualche segnale, intorno, si può cogliere. In America, nel Rhode Island, sono nati i community gardens, cioè gli orti di quartiere, dove puoi coltivare verdure e frutta risparmiando un bel po’ al supermercato. Gli orti, affittati a cura della rete dei Somerset Community Garden di Providence, sono sinora 72 e costano 25 dollari all’anno, cioè una cifra simbolica per un uso concreto e simbolico: a coltivarli sono portoricani, afroamericani, cambogiani, monaci buddisti. Ciascuno piantando i propri semi e le proprie essenze, dando vita a un pacifico e fecondo modello di cultura e agricoltura glocale.
Anche in Italia qualcosa si muove, ma poiché siamo meno campestri, riversiamo nei condomini i nostri sogni di mutua solidarietà.
Il fenomeno si chiama cohousing,  coabitazione per comunità solidali, e funziona così: scegli i tuoi vicini in base ad affinità e stili di vita, poi firmi un codice di comportamento per regole e  spazi in comune (cioè piscina,  lavanderia, giardino,  stanza degli hobby, ludoteca,  living col barbecue per le cene). Inoltre si va a fare la spesa insieme o uno per tutti, e si coltiva l’orto comune a rotazione. Che dire poi della comodità di occuparsi a turno dei bimbi, o di usare una macchina comune per le spese in città?
Il tutto, naturalmente mirato  oltre che al risparmio, alla solidarietà, al piacere della reciprocità e al risparmio delle risorse, col  riciclaggio e le fonti alternative.
Se siete interessati, andate su www.cohousing.it o www.residance.it.  Con un’ avvertenza,  per i siciliani: la zona  è in genere un po’ fuori mano. Milano.

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