Dove si perdono le parole d’amore?

Gennaio 22, 2009 at 2:28 pm (1)

Ho ricevuto una splendida lettera d’amore. Via mail. E mi ha toccato il cuore.
Non è per me, ma è come se.  E chi la scrive, una ragazza che non ho mai visto, mi chiede una cosa meravigliosa.
Messaggero d’amore. Sul giornale.  Ci sono gli Sms, c’è Messenger, Facebook, la posta elettronica. Che aiuto può dare un giornalista quando finisce un amore? Eppure.
 “Ho una richiesta che le sembrerà davvero assurda – scrive Pam – mi vergogno un po’, ma sono davvero disperata… Qualche giorno fa ho litigato con il mio ragazzo, con lui convivevo già da un anno; per uno stupido malinteso non vuole più parlarmi, mi ha persino cacciata da casa e non so davvero come fare per non far finire la storia così, lo amo troppo e non posso perderlo. Lei è un’estranea ma per quello che di suo ho letto è una persona che stimo tantissimo. Vorrei che scrivesse qualcosa che lo faccia ragionare e non rovinare tutto… Io poi gli spedirò la copia del giornale…Non mi prenda per matta… o forse si…matta d’amore!”.
Io non so, cara Pam, su cosa avete litigato. So però che se provaste a raccontarmelo, ognuno avrebbe, in buona fede, la sua versione. Ognuno il suo dolore, il suo rancore. La sua paura speciale.
Non dovrei dirlo, visto che le parole sono la mia passione e il mio mestiere, ma non sempre aiutano (le parole) a comunicare.  A volte le lanci come pietre, e fanno male. O sono sassi per i muri a secco.  E dividono.
Le parole, anche quando sincere, a volte sono strette. Non ci sta dentro tutto, racchiudono solo una parte. E chi le riceve le interpreta a sua volta, e le sfrega una contro l’altra. Prendono a fuoco. Bruci.
E se non lasciano segni, è peggio.  A furia di usarle, le parole si svuotano, perdono senso.
Per tutto questo è difficile, a volte, parlarsi con le parole. Tutto il resto, quello che non sai dire perché non ci riesci, e non hai il coraggio, o non vuoi, resta fuori. Al freddo e al vento. A consumarsi.
Meglio abbracciarsi in silenzio, adesso.
Buona fortuna, Pam. A voi due e a tutti quelli che oggi, un po’ smarriti, si ritrovano affacciati sullo stesso oblò, a interrogare il mare e le correnti. Cercando parole mai dette. E così  senza ombre, immacolate.

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“Ti amo, anzi poli-amo” Toh, l’amore multiplo

Gennaio 22, 2009 at 2:25 pm (1)

Ma insomma che dire ad Alice, che scriveva ieri e si sposa ?
L’amore (dicono) è cambiato. Lo chiamano “poliamore”, e non è una variante del poliacrilico, anche se ne condivide la flessibilità. Se fai una rapida passeggiata fra magazine e riviste femminili, sembra che fra letteratura (specialmente francese) cinema e consultori sociali (con una capatina dal divorzista), una stessa e oscura inquietudine serpeggi : il bisogno di una vita multipla, dove l’amore è sì centrale (e oggi più di ieri) ma non centralizzato. Cioè non univoco, non monogamo, non uniforme. Ma disperso, pluridirezionale, spalmato lungo più vite parallele, più o meno virtuali.
Tornando alla Domanda prima, cos’è e c’è ancora  la differenza tra l’amore maschile e quello femminile? Oggi come ieri agli uomini si chiede protezione e forza, alle donne dolcezza e comprensione?
No. Nell’ultimo sondaggio che ho visto le donne preferiscono chi le fa ridere e dà tenerezza. Mentre gli uomini si innamorano di donne forti e determinate.
Non è un segreto d’altronde che ormai gli uomini piangono più delle donne, e spesso appaiono più fragili e insicuri di  loro, meno attaccati al lavoro e molto più coinvolti rispetto a ieri (meno male!), dalle cure domestiche, dai bambini e dai fornelli.
I valori storicamente riconosciuti come “maschili”, cioè l’ambizione, il senso logico  e il pragmatismo, sono ormai patrimonio anche femminile, così come la sensibilità, il senso estetico, la cura di sé e il romanticismo, notoriamente sfere rosa,   fanno ormai largamente parte del mondo maschile.
Ibridazione sentimentale, nulla di nuovo. E’ naturale, tornando al nostro dibattito, che si riversi anche sui figli,  dove le madri (che spesso lavorano più del partner) svolgono anche il ruolo normativo del padre, e i padri si occupano  anche di casa e figli. Chiamalo amore polifunzionale, amore liquido o come vuoi. E’ l’amore delle nuove famiglie policentriche, riformulate dopo i divorzi, dove i figli fanno spesso da padre-madre ai genitori smarriti.
E dove l’affetto più coerente e certo   è spesso quello della badante. Perché è pagata per darlo.

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“Aiuto, mi sto sposando e manca la segnaletica”

Gennaio 18, 2009 at 8:45 pm (1)

“Sono molto incuriosita e spaventata – scrive Alice F, impiegata in una galleria d’arte di Siracusa – dai vostri discorsi di questi giorni. Che vuol dire questo rimescolamento dei generi, coi maschi sempre più rosa e donne sempre più azzurre? E’ positivo o negativo? Ditemelo, perché fra poco mi sposo…E non dico che ci ripenso, ma vorrei essere preparata! “. Già. Che succede se mescoli il rosa con l’azzurro? Ottieni il viola, cioè un terzo colore. Quello che di solito, per comodità chiamiamo scambio dei ruoli, in realtà non è mai uno scambio. Né uno spostamento da un luogo all’altro. E’ piuttosto un rimescolamento, una messa in gioco che alla fine produce qualcos’altro, che nel caso di persone si chiama identità. Succede nei grandi momenti di transizione, quando tutto – ideologie, ruoli sociali e famiglia, organizzazione del lavoro e assetto geo-politico, sistema di comunicazione ed ecosistema – appare mobile e transitorio, duttile e frammentario, senza più appigli solidi e tenaci, o categorie rassicuranti. Verrebbe da dire tutto “in crisi”, ma la crisi evoca uno scenario sinistro, distruttivo, segnato dallo “sgretolamento”, mentre i cambiamenti hanno in sé il valore del rinnovamento, e spesso producono un salto di qualità. Non a caso l’ideogramma cinese di “crisi” significa anche “evoluzione”. Ma che c’entra tutto questo con Alice che si va a sposare e s’interroga ? Beh, probabilmente c’entra, perché ha a che fare con l’ibridazione, il meticciamento, cioè il marchio del nostro tempo. Contaminazione. Di razze, di popoli, di ambienti, di mestieri, di linguaggi e di comunicazione. E di generi, appunto. Una ventenne di oggi ha poco in comune con una ventenne di vent’anni fa, perché in mezzo ci sono stati Internet e il cellulare, che hanno reinventato i modelli di relazione. E non solo per i ventenni, (ovviamente webbizzati a vita) ma per tutti gli adulti che ne fanno uso. E comunque cara Alice, ci rivediamo qui domani (accettansi idee, conferme o disdette).

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“Amiamo in Fabrizio l’anima trasgressiva”

Gennaio 14, 2009 at 8:59 pm (1)

Amare Fabrizio nell’era è-mail. Amarlo a quindici anni con meraviglia e passione.  E cura. Conoscerlo a memoria e cantarlo  a ricreazione. O a casa con la chitarra e gli accordi giusti.
Un po’ per merito dei genitori (Fabrizio è De Andrè, naturalmente) che a volte riescono, per caso o per mistero, a trasmettere valori giusti. (Ma gli abbiamo inoculato, a piccole e implacabili dosi,  anche Battisti, che invece per loro non significa tanto…). Insomma, perché il mito De Andrè?
Simona F. studentessa del liceo Spedalieri di Catania,  ci spiega qualcosa: “Mi sono ritrovata nella Sua lettura di ieri, ma vorrei aggiungere che non è solo poesia . Cioè: non è solo la magia dei versi. A me piace molto il cervello di De Andrè, il suo modo di essere libero e di pensare libero. Il suo anticonformismo, senza pose e senza atteggiamenti. Il suo essere anti-divo.”
Anche Laura, ventenne di Siracusa, ama il coraggio e le trasgressioni di De Andrè : “Era contro i borghesi e le loro convenzioni sociali, era contro la guerra e i potenti, stava dalla parte degli umili, dei poveracci. Delle prostitute, dei ladri, degli ubriaconi, dei fannulloni. Era un vero artista indipendente e libero.”.
Ecco, De Andrè etico ed eretico, classico e iconoclasta.
Trasgressivo senza bisogno di borchie o di cinturoni, persino in pieno Sessantotto quando cantava La canzone del Maggio e si presentava in tv con la sua aria di bravo ragazzo, il ciuffo ben pettinato e  la camicia abbottonata sotto il serissimo pull a girocollo.
Temerario ed eversivo nei testi (tanto da allertare i servizi segreti !) , eppure timidissimo e assolutamente restìo, inizialmente, pure a esibirsi in pubblico.
E’ questo che piace agli adolescenti di oggi. La sua lealtà, la coerenza fra i sentimenti cantati e quelli praticati, la sua onestà intellettuale. La sua forza e la delicatezza. La fragilità.
Per questo, grazie a loro, ai giovanissimi, De Andrè resterà un mito. Fosse stato solo per noi, la generazione dei quaranta-cinquanta, non ce l’avremmo fatta.
Avremmo continuato a sentirlo in auto col masochismo  della nostalgia, a regalare un Cd all’amico per il compleanno, ma senza di loro, che ce lo fanno riascoltare insieme con la pelle d’oca, da soli non ce l’avremmo fatta a farlo restare così vivo.

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De Andrè, anima tersa che incanta i quindicenni

Gennaio 14, 2009 at 8:56 pm (1)

Bravo, geniale, carismatico. D’accordo, ma non basta. Cioè non basta a spiegare il fenomeno De Andrè. Spiega il mito, ma non il fenomeno.
E’ comprensibile,  infatti, visto il mesto paesaggio generale, che lui resti in cima, altissimo e  irraggiungibile, adorato con quella punta di soggezione che ispirano (e producono) i miti, appunto. Con la distanza incancellabile del sogno.
Ma il fenomeno De Andrè, la commozione di un intero popolo al suo anniversario, senza distinzioni di anagrafe e mestieri, che ha scosso  tutte le piazze d’Italia, passando dai tinelli alle redazioni, dai pub alle radio, dai forum alle università, dagli uffici  a  Facebook, sino a intasare gli sms degli adolescenti nel segno di W Fabrizio, questo è diverso dal mito, è appunto un fatto, un fenomeno.
E non basta pensare che in mezzo a tanti stanchi cantanti sopravvissuti , lui che è davvero morto sia il più vivo. E che le sue canzoni siano ben più che canzoni, sono poesie e sono  messaggi, professioni di fede e di intelligenza (o di fede nell’intelligenza).
Non basta a spiegarci la giusta ed entusiasmante devozione a Fabrizio la sua genialità di compositore, la perfezione ritmica dei suoi versi, la cura stilistica, la sua cultura, la ricerca tematica, l’amore per la storia e per la lingua, per la memoria e il dubbio.
Questo spiega l’ammirazione per lui, la nostra gratitudine per averci aiutato a sentire la bellezza in forme nuove e così antiche. Il verso, la rima, la metrica esatta. Certe parole che usate in quel punto sembravano nuove, vergini, non ancora corrotte dall’uso comune. Certe emozioni che percorrevano insieme, in modo magico e nuovo, il cervello e la mente.
Per noi adulti insomma, amarlo è fatale. Ma i  quindicenni di oggi, quelli dell’è-generation  Digito-ergo-sum, quelli che usano il k per fare prima, e vanno per sintesi estrema, tre lettere al posto di sei,  come riescono, per quale arcano e provvidenziale prodigio, a emozionarsi con De Andrè, ai suoi versi esatti e compiuti, alle metafore senza economia, a quella sfrenata prodigalità di immagini e  fantasia? Perché affollano la mostra di Genova dedicata a lui, hanno tutte le sue biografie, e la sua faccia di anima tersa sulle magliette? Perché lo cantano a memoria?
Questo è l’incanto. L’ incantesimo, in mezzo a questo deserto, della poesia.

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