La Via Lattea del digitale che unisce i pianeti

Aprile 13, 2009 at 2:47 pm (1)

Si può aggirare la morte – chiede un lettore -  montando un sito per dialogare con chi non c’è più, prestandogli la voce, nel blog, per simulare un dialogo?
E’ davvero un modo – mi ha chiesto un amico – per mantenere vivo chi ha perso la vita , o è piuttosto una beffa, un autoinganno? Ne parlavamo ieri,  web-cappelle funebri piene di vita.
C’è anche chi lo trova “blasfemo”. O chissà, una specie di rito sciamanico  postmoderno. 
No, a me non pare una profanazione della morte o dell’idea cristiana della morte. Penso che sia un’espressione normale, fatale  – dico il “contatto” digitale con chi è scomparso – del nostro modo di comunicare e relazionarci. Vi ricordate di quel tale in America sepolto il mese scorso col cellulare, “per registrare i messaggi dei parenti e non sentirsi solo?”.
E’ la connessione che ormai ci caratterizza e ci segna. Viviamo interconnessi buona parte della giornata. Cellulare, I-pod, Internet.
Quando si esaurisce la batteria, ricarichiamo. Riproduciamo cioè , in un continuo circuito, il flusso vitale di informazioni e dati, sapendo che il serbatoio di Internet o dell’I-pod è praticamente infinito.
Con lo stesso (inconsapevole) processo mentale forse “ricarichiamo” la mente di chi non c’è più, lo collochiamo dentro un sito, gli diamo immagini e voce, lo “visitiamo”, perché appunto  si fa così coi siti : si “visitano”.
Il web garantisce per sua natura la vita immateriale, e se c’è Second life per chi gioca, perché non creare una seconda vita per trattenere con un raggio di bit, come un fascio di luce, chi non c’è più?
Non è già di per sé abbastanza magico, al di là dello spazio reale, il tempo alogico, non sequenziale ma ubiquo di Internet ?
Persino la Chiesa cattolica pratica da tempo Internet, per promuovere il suo messaggio e la sua azione nel territorio.
Ultima cosa. Ci sono tanti modi per tenersi vicino chi è scomparso e non morire con lui. C’è chi fonda associazioni o borse di studio in ricordo, chi promuove beneficenza, chi raccoglie e pubblica gli scritti di chi non c’è più. Ma non tutti possono.
Aprire un sito non costa niente. E ti
apre il cuore al conforto della condivisione.

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Professione MAMMA

Aprile 13, 2009 at 2:45 pm (1)

Di mamma ce n’è una sola. Purtroppo. E di nonni non ce ne sono più. Almeno  quelli di una volta, che raccontavano favole e facevano casa,  nido.
Per le donne di oggi, diventate tante e brave in tutti i campi, dalla magistratura all’ingegneria elettronica, dalla ricerca all’imprenditoria,   la professione di madre oggi è quella più rischiosa.
Non ci sono modelli ad esempio. Scaduto quello post-femminista della madre libera e artista, e quello post-autoritario della  madre-sorella, consumato quello della madre mediterranea, tutta cura e tutela, e quello della madre-carrierista stile “conta la qualità del tempo, non la quantità”, le mamme si sentono sole. Inadeguate spesso. In cerca di un’identità tanto più ardua da disegnare in quanto priva del suo contrario storico, quella maschile del padre.
Giacchè diciamolo, era più facile fare le madri quando i padri erano padri secondo tradizione. Più semplice occuparsi dei figli con tenerezza e cura  quando l’autorità e il rigore, con tutto il suo carico di forza, era demandata al padre. Lui il principio del dovere, lei del piacere. Lui il mondo sociale, lei il privato degli affetti. Lui i divieti, lei le emozioni. Una volta.
Ok, uno si guarda intorno. E’ un modello la maternità maschia e metallica della Palin, propugnata a prescindere di ogni dubbio (non solo contro il diritto all’aborto)  nel segno assoluto di una maternità guerriera?
E’ un modello Rachida Dati,  ministro di Giustizia in Francia, al lavoro dopo cinque giorni dal parto cesareo?
E’ così che si fa per dimostrare che essere madri non è un intralcio né per la carriera né per le responsabilità?
A me non pare. Ci sono volute lotte senza pari per conquistare una legge che tuteli la maternità, sul piano psico-fisico della donna come su quello dei bisogni di un neonato. E non è stato facile (non è nemmeno tutto riuscito) il percorso di responsabilizzazione dei datori di lavoro sul fronte.
Cosa vuol dimostrare la super woman Rachida ? Che se una vuole può tutto, senza limiti di natura e civiltà?
No, probabilmente non è un esempio di emancipazione femminile, ma di sudditanza al modello maschile dominato dalla passione del potere e dal presidio continuo del territorio.
Come si fa, allora,  ad essere “brave madri”, a dare e ricevere gioia da un figlio senza sentire  il bruciore di una ferita, di una rinuncia? A coniugare in sé le  forme contrastanti di un’identità femminile molteplice e scossa, ma certo audace e avventurosa ?
Una soluzione (bella) io l’ho  trovata nei blog.
Sono tantissimi quelli dedicati alle mamme, e tutti pieni di vita. Di curiosità, di condivisione, di notizie, di volontà di far meglio, di partecipare. Per  non sentirsi sole in questa società che tuona contro la crescita zero, promette figli a tutte le età e con ogni mezzo, ma poi non è capace di sostenere i genitori con asili nido e risorse di sostegno.
Guardatele, le nuove mamme on line. Espertissime di computer e di pappe, innamorate dei loro bimbi e appassionate di rock, navigatrici  di blogosfere e sfrenatissime devote del punto-a-croce, propugnato e praticato a iosa, con tanto di  foto dei bavaglini da copiare. Ricamo e tecnologia. Sapere delle nonne e lingua tecno.
Non hanno paura di avere paura, quando si confessano, e raccontano le gesta dei piccoli con ironia e meraviglia, a volte con quella malinconia speciale delle donne, ma senza posa e senza onnipotenza. Si documentano, scambiano dati, e non c’è contrasto fra il dentro e il fuori, la propria pancia e quella del mondo. I passi falsi del pianeta e quelli incerti di un bambino.
Madri nuove, certamente. In modo nuovo, per un mondo nuovo.

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L’amante dell’antiquario che non tradisce mai

Aprile 6, 2009 at 8:11 pm (1)

Non dev’essere stato bello, per l’amante dell’antiquario,  venirlo a sapere.  La loro relazione ? Un nulla, la metà di niente , anzi  nemmeno una relazione.
L’antiquario marchigiano – apprendiamo  dalle voraci, cosi  indiscrete agenzie stampa – da anni tradiva la moglie con il suo giovane commesso, e anzi  a un certo punto aveva deciso di andare a vivere da lui.
 Benissimo. Coraggio e lealtà apprezzabile, direte.  Macchè.  Nella causa di divorzio, e negando ogni addebito per non versare una lira alla moglie,  lui ha sostenuto che “una relazione omoesessuale non costituisce un tradimento”.
Tant’è. La cassazione (sentenza 7207) ha naturalmente stabilito che non è così, e qualsiasi legame sentimentale può rappresentare una violazione del patto di fedeltà coniugale ( dunque a lui spetta dare  un mensile a lei ) ma la vicenda muove il dibattito.
Innanzitutto i titoli della notizia, che hanno qualcosa  di surreale. “E’ tradimento anche il legame gay” (!)  E perché mai non dovrebbe esserlo?!  Forse non si mettono in gioco sentimenti  e responsabilità,  emozioni e volontà  come nelle relazioni etero ? Forse che un tradimento  omo vale (e significa) meno di una storia etero, da sposati?
 Non è terribilmente offensivo, per i protagonisti della vicenda e per tutti i gay, ipotizzare che le loro storie, relazioni o avventure non hanno lo stesso peso sociale (o esistenziale, biografico ) di quelle etero ? 
In realtà, sotterraneamente, si insinua un sospetto (e un’ambiguità) grande come una caverna: come a dire che  il sentimento gay non è un vero sentimento,   forse è un gioco o è deborda mento, forse è un vizio o
è malattia , ma non è socialmente comparabile, in un’aula di tribunale al “vero” tradimento, cioè quello etero. E la moglie o il marito si “tradiscono” solo col sesso opposto, il resto è fuori dalla norma, dal codice. 
Chissà come l’ha presa, il compagno dell’antiquario.

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Contattare il figlio in incognito in chat

Aprile 6, 2009 at 8:03 pm (1)

Per conoscere meglio suo figlio, con cui il dialogo in casa era ormai un unico e ondoso  mugugno, Lynette Scavo lo ha intercettato in  chat. Con falso nome, naturalmente, e falsa età. Spacciandosi   per adolescente anche lei,  si è detta entusiasta delle poesie scritte dal ragazzo, e fra loro, parlando di sogni e solitudine, e di  incomprensioni  in famiglia, è nata una bella amicizia.
Che sarebbe rimasta tale – con gran sollievo  della madre, finalmente partecipe dei pensieri del figlio -  se a un certo punto lui,  sentendosi compreso e apprezzato, non si fosse innamorato della  ragazza impersonata dalla madre.
A quel punto, commossa e turbata, lei ha cercato di defilarsi e alla fine gli ha scritto una bellissima lettera di addio piena di ammirazione e rimpianto.
Efficace e commovente, senz’altro, se non fosse per la firma sfuggita assieme a una lacrima furtiva: Mamma.
Quando il ragazzo ha capito, al dolore per la  perdita dell’amica  si è unito quello dell’inganno. E l’umiliazione della beffa, inflitta per giunta dalla madre.
Tutto questo è successo a Linette delle Desperate housewives, ma certamente anche  a molte donne reali. L’ho raccontato in risposta al quesito che Giovanna poneva ieri, se cioè sia giusto avvicinare i figli in Chat per dialogare (in incognito) con loro.
A parte i rischi di cui sopra, a me sembra una brutta azione di spionaggio. E’ ancor peggio che leggere il diario di nascosto,  perché qui c’è anche il trucco e la dissimulazione, l’inganno.
Prendersi gioco dei sentimenti di qualcuno per conoscere meglio i suoi sentimenti  (si tratti di un figlio o di un partner) è davvero tristissimo.
Anche se la madre agisce per amore e teme per il figlio, anche se lo vede in pericolo?
Non è facile rispondere. A volte l’istinto di madre è più forte di qualsiasi indagine e terapia.
Forse è a questo antico istinto che dovremmo ripensare, per riabilitarlo (come altri) in questi oscuri tempi di supremazia della tecnica.  Per ascoltarlo e non reprimerlo.  E cercare di parlare davvero ai figli. Senza bisogno di Internet. Senza ricorrere subito, ogni volta, al consiglio dello psicologo.

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