Se parla il foulard cucito dalle schiave
Una specie di mongolfiera. Ai carabinieri la scena deve essere apparsa surreale: una stanza piena di foulard, coloratissima e aerea. Magica? No, assolutamente tragica. In quella stanza hanno lavorato tre anni, schiavizzate da loro connazionali, tre donne cinesi sui 45 anni, 17 ore al giorno, dalle 9 del mattino alle due di notte, con tre intervalli di un quarto d’ora l’uno per mangiare. Per cucire foulard. Tutto incluso nel pacchetto-prigione, anche lo spazio per dormire: un giaciglio nello stanzino attiguo al laboratorio.
In media guadagnavano 3 centesimi a foulard, un euro e quaranta all’ora. Venti postazioni, con macchine da cucire e telai, per ottimizzare al massimo spazio e funzioni.
Succede a Milano, in una traversa di via Padova. Un”laboratorio” di stampo pre-industriale, pre-sindacale, trapiantato nella capitale della moda e dell’efficienza. Il “ritmo” lavorativo e l’organizzazione full- time, con zuppe e pernottamento nel luogo di lavoro, per evitare “sprechi di tempo”, del resto è stato importato direttamente dalla Cina depressa, a opera di tre cinesi “regolari” e adesso denunciati per sfruttamento dell’immigrazione e mano d’opera clandestina.
Sono state le tre donne, finalmente, a denunciare lo sfruttamento, ma quante schiave dei foulard e dei jeans sono piegate in questo momento sulla macchina da cucire dentro una stanza segreta nelle nostre città ? Ecco cosa c’è dietro quei vestiti colorati di 6 euro, dove già il tessuto di cotone e la cerniera valgono più di 6 euro, ecco perché quei foulard di viscosa, ricamati o coperti di perline, venduti al mercato o in certi negozi cinesi costano al pubblico, inverosimilmente, solo due euro. Sono i foulard realizzati da mani leggere e veloci pagate un euro e quaranta all’ora, sono ricami curati da occhi sequestrati per restare in azione 17 ore al giorno. Quando li vedete esposti al mercato, come festoni giocosi, guardateli quei foulard, e tutta la storia nascosta nella trama.
